Agenzia della Gioia
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Educare alla Gioia
di Antonella Verdiani
www.educationalajoie.com

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1. Un “non senso” in un mondo in crisi: la gioia

La crisi che il mondo sta attraversando è analizzata al quotidiano da esperti e specialisti in ogni disciplina: dai clashes economici all’inquinamento ambientale passando dalla perdita di valori etici, siamo oggi super informati,
aggrediti e spesso oppressi dalla massa di dati, teorie e predizioni, di prefenza catastrofiche, che gli scienziati producono per allertare la specie umana e il suo pianeta. La ragione direbbe che è giunto il momento per gli esseri umani di rifugiarsi sotto terra, di ammassare riserve di cibo nei bunkers o magari di prepararsi ad una evacuazione di massa verso altri pianeti ...  Cio’ che propongo qui è invece di non cedere alla visione pessimistica, di non seguire unicamente la voce della ragione scientifica (seppur necessaria), ma con un vero capovolgimento di logica, di cogliere l’opportunità[1] che ci offerta dalla crisi per integrare nella nostra vita un valore che sembra essere dimenticato dagli umani, quello della gioia. In questo viaggio della speranza, l'educazione può svolgere un ruolo fondamentale a condizione che si riappropri del suo ruolo nell’evoluzione della specie, quello d’iniziatrice.

La scuola va male, e le riforme ministeriali che si succedono una dopo l'altra nei nostri paesi occidentali, sembrano impermeabili a qualsiasi innovazione che tenga conto della dimensione esistenziale degli individui (studenti e insegnanti), negligenza che potrebbe essere considerata come una delle molte ragioni dell’attuale disagio. Vi è poi la crescente frammentazione della conoscenza in miriadi di discipline: da 50 specializzazioni nel 1950, siamo arrivati a 8000 nel 2000.
[2] In queste “torri di Babele” che sono diventate oggi le nostre scuole ed università, gli studenti sono abituati a concentrare tutta la loro attenzione sulle discipline che studiano la realtà attraverso una lente d’ingrandimento, analizzandola da diverse angolazioni. A forza di focalizzare la mente su degli aspetti separati della realtà, gli studenti imparano ad interpretarla come un insieme di pezzi di un puzzle non ricomposto, una realtà “destrutturata”. L'università in particolare, si dirige verso una frammentazione del sapere, un sapere che diventa sempre più “esoterico ed anonimo”.[3]

Alla divisione disciplinare corrisponde la pericolosa frammentazione dell'essere umano e la sua malattia (mal-essere): cio’ avviene quando il corpo diventa separato dalle emozioni, le quali sono separate dalla mente, che a sua volta è separata dallo spirito... La conseguenza più immediata ed evidente nel campo dell’educazione risiede nella perdita della gioia d’imparare, di trasmettere la conoscenza, e più in esteso, nella gioia di vivere. La mia tesi è che l’educazione può riportare gli esseri umani a questo stato di gioia naturale, che è la vera essenza dell'essere. Educare alla gioia è possibile, gli esempi esistono e sono riproducibili. In questo articolo in particolare, parleremo dell’esempio dell’educazione integrale. Ma, prima di tutto, di che tipo di gioia stiamo parlando?

2. Gioia e felicità

Nel linguaggio comune, la gioia è associata ad un'emozione, uno stato passeggero. Tuttavia il suo significato originario è tutt'altro che effimero, dato che la sua lontana etimologia sanscrita rinvia al termine di yuj (lo stesso da cui deriva la parola yoga), generalmente tradotto come “unione dell’anima individuale con lo spirito universale”.[4] C'è qui un senso di connessione tra il terreno e il celeste, dell’uomo con il divino e degli gli uomini tra loro; una dimensione sacra della gioia che si è persa nel tempo, soprattutto nella cultura occidentale. Appena il legame viene ripristinato, la gioia investe indirettamente tutti gli aspetti della vita (perché “contribuisce” ad essi) e ci riporta al concetto di gioia di vivere come sentimento edificante avvertito da tutta la coscienza, tutte le dimensioni dell’essere.[5] Da una semplice emozione, essa si trasforma quindi in sentimento, in stato; diventa una manifestazione della reliance[6] dell'anima individuale con una dimensione superiore. In questo modo, la gioia invade tutto l'essere e connette “l’alto” con “il basso”, lo spazio interno e quello esterno, il soggetto e l’oggetto, l’individuo e gli altri.

Una distinzione semantica tra gioia e felicità (concetti spesso confusi) è necessaria a questo punto per procedere oltre nell’esplorazione del nostro territorio, quello dell'educazione. La parola felicità è oggi per lo più associata al concetto di benessere e più spesso ancora, ad uno stato di benessere materiale. Ci discostiamo in questo modo dal nostro obiettivo che non è quello d’identificare l'educazione come un percorso verso un destino favorevole in termini di ricchezza, ma piuttosto come un percorso d’evoluzione dell’essere verso uno stato di completezza, dove la gioia recupera tutta la sua dimensione filosofica, ontologica.

Come si è visto, la felicità intesa come benessere è molto alla moda oggi. Negli ultimi dieci anni, le ricerche sul tema della felicità hanno stimolato teorie e dibattiti in tutti i settori, dalla  salute all'economia alle scienze sociali, di cui le scienze dell'educazione fanno parte. Nell’ambito della psicologia moderna in particolare, la ricerca sul tema della felicità prende una svolta decisiva a partire dagli anni '80. Per citare qualche nome tra i più conosciuti, Veenhoven, per esempio pubblica nel 1984 il World Database of Happiness, in cui misura il grado di felicità esistente nei paesi secondo una scala d’indicatori  internazionali (121 casi in 32 paesi).[7] Nello stesso periodo, un altro famoso psicologo, Diener, stabilisce delle correlazioni tra il benessere e i progressi teorici realizzati dagli individui.[8] Poco più tardi, Csikszentmihalyi si avventura ancora oltre nella riflessione allorché definisce la felicità come uno stato indipendente dalle condizioni esterne, ma dipendente “piuttosto da come esse vengono interpretate”, in quanto derivano dalla propensione degli individui verso gli interessi materiali e/o immateriali.[9] Lungi dall’essere esauriente, è pero’ importante citare in questa sede anche il premio Nobel per l'economia Daniel Kahneman che, con il suo concetto di audit del benessere nazionale,[10]ha avuto per primo il merito di avvicinare la psicologia all’economia. Ciò che la sua classificazione mette in luce e che c’interessa in questo contesto, è il gap esistente tra i risultati delle misure del benessere e quelle della performance economica, da cui si evince che il benessere materiale incide molto poco nella percezione della felicità.[11]  

2.1. Neuroscienze e filosofia

La ricerca sul tema della felicità ama associare diverse discipline e teorie, l’abbiamo visto: tale è il caso anche delle scienze "cognitive - emotive" che in questo campo s’incrociano con la filosofia.
[12] Tra queste, la teoria dei due cervelli[13] che afferma che le emozioni e le sensazioni di gioia, di amore e compassione sono localizzate in una determinata area della neocorteccia, la stessa che viene stimolata nello stato di meditazione profonda. Questa scoperta è fondamentale per coloro che, come noi, sperimentano nuove pratiche educative: ne concludiamo che, aprendosi ad un altro livello di realtà, è possibile quindi accedere ad uno stato di profonda pace che può essere raggiunto per esempio attraverso metodi di educazione alla non violenza.[14] La gioia e l'attitudine alla pace scaturiscono dunque dalla stessa fonte nell’essere?

I neuropsicologi Beauregard e Damasio, tentano di rispondere a questa domanda in particolare attraverso l'osservazione degli stati e delle emozioni più complesse, come la trance mistica o l’esperienza della compassione, ed arrivano a delle conclusioni che li demarcano dai loro predecessori. Per Beauregard (che si basa su di un test effettuato  su delle monache carmelitane in stato di meditazione), infatti non esiste una regione specifica del cervello che si attiva nel corso dell’esperienza mistica. In altre parole, non c'è un “modulo di Dio” nel cervello.[15]  Ai fini di questo articolo ci pare importante ritenere la conclusione di ordine più filosofico (che si potrebbe definire d’immanentismo spinoziano) a cui arriva Damasio[16]: data la capacità dell’essere umano di produrre, pensare e agire sulle sue emozioni, è dall’incontro tra emozioni e cervello razionale che scaturisce la coscienza.


3. I filosofi della gioia: da Spinoza a Sri Aurobindo

”L'amore che tende verso una cosa eterna e infinita, nutre l'anima di pura gioia, una gioia esente da tristezza”[17], dice Spinoza (1632 - 1677), il cui chiaro pensiero continua ad ispirare i filosofi moderni.[18] Per lui, la filosofia è l'amore della verità e l'amore è la verità della gioia : il suo scopo consiste nella creazione di un’etica della felicità e della libertà. Spinoza conferisce alla gioia un posto centrale, come transizione da uno stato di minore perfezione ad una perfezione superiore, legato alla realizzazione del desiderio (conatus), la condizione di potere e forza dell’uomo. Nella sua Etica egli qualifica la gioia di affetto (sentimento o passione che pervade tutto il corpo, oggetto dello Spirito), di transitio (perché è instabile, in divenire) e d’Amore (una gioia non amante sarebbe una gioia ignorante). Si tratta, come afferma, “di tutto amare nell’eterna necessità del tutto che è Dio,” secondo un'etica dell’amore che non è l'eros di Platone, ma piuttosto la philia di Aristotele o Epicuro, l'agapè di Gesù o di San Paolo. Questo concetto ci orienta verso le tradizioni spirituali e religiose dell'umanità, demarcandosi pero’ dal loro carattere trascendentale. Per il cristianesimo in particolare la gioia è uno stato di risveglio che potrà essere raggiunto solo in una dimensione non terrestre, nel “Regno della Gioia” dove l'eterna alleanza tra Dio e l'uomo è ripristinata.[19] Essa conferisce potere ad una realtà  "superiore", mentre secondo la visione immanente, tutta la realtà è generata dalla Natura.

Ugualmente in contrasto con la visione trascendente, l'ideologia materialista ridà  all'uomo tutta la sua libertà d'azione.
Dal punto di vista dell’educazione laica, positivista, la gioia deriva principalmente dalla libertà di imparare (fondamento della corrente educativa francese dell’Education Nouvelle o della pedagogia Montessoriana, per esempio) dove il bambino è libero di agire, creare, osservare e capire confrontandosi con gli altri. Il principio della libertà ha ugualmente influenzato uno dei pochi educatori contemporanei ad aver lavorato sulla questione della gioia a scuola, George Snyders, che  basa il suo approccio su una visione marxista. Per lui, la scuola è il teatro del cambiamento sociale, il luogo della gioia “proporzionale agli sforzi e agli obblighi”.[20] Per studiare i capolavori letterari o scientifici, “dobbiamo soffrire, resistere”[21] ; attraverso questo sacrificio, gli studenti scopriranno la gioia nell’amore per lo stile e potranno quindi contribuire al progresso dell'umanità. §

3.1. Ananda, la gioia divina

L’esplorazione condotta fin qui ha tenuto conto principalmente della visione filosofica occidentale. In quella orientale, non-dualistica, la separazione tra l'essere e il cosmo non è avvenuta, ed il legame con la totalità della realtà persiste. Nell’intento di stabilire un ponte tra spiritualità ed educazione, il filosofo indiano Sri Aurobindo (1872 - 1950) è un riferimento essenziale. Il suo concetto di educazione integrale è nato dall'esperienza dello yoga integrale, il Purna Yoga, che si basa a sua volta sul concetto dell’ananda, la gioia divina.
 
In sanscrito, la parola ananda designa la gioia e l’irradiamento di soukham , lo stato di benessere interiore, l'esperienza spirituale più alta "(...) che illumina di felicità il momento presente e si perpetua nel momento successivo fino
a formare un continuum che si potrebbe definire joie de vivre. [22] E’ il Sat-Chit-Ananda, il continuum “esistenza - coscienza – beatitudine”, la “felicità del divenire”, espressione perfetta di Lila, il “Gioco del Signore”.[23] Soggiacente alla natura umana, nella vita di tutti i giorni questa verità ci è nascosta; tutto il lavoro dello studente consiste quindi nell’imparare a vivere “dentro” per diventare consapevole della presenza calma, gioiosa e potente che “in noi è il nostro io più reale”. Educatore innanzi tutto, Sri Aurobindo identifica nella frequentazione dell'Arte e della Poesia un modo per avvicinarsi a questa “delizia invariabile dell'universo” che è il vero gusto dell’esistenza. La libertà definitiva sarà acquisita con il confronto a “tutti gli shock dell’esistenza” e non attraverso l’isolamento o la rinuncia passiva. Quando, a contatto con il piacere e il dolore, l'anima avrà una reazione “neutra”, allora significherà che è avviata verso uno stato di estasi invariabile, la gioia divina.

La discesa della spiritualità nella materia è il senso dello yoga integrale e sarà Mirra Alphassa, nota come “la Madre” (1878 - 1973), che avrà il compito di continuare l'opera di Sri Aurobindo, traducendola in pratiche educative nella scuola dell’Ashram di Pondicherry, in India. Nel suo yoga, essa descrive la gioia come immanente e trascendente al tempo stesso, intrinsecamente legata alla natura umana, dal momento che “tutta l'esistenza si basa sulla gioia di essere e che senza la gioia di essere non ci sarebbe la vita.”
[24] Qui la dimensione superiore (trascendente) fa parte dell'essere nella sua natura fondamentale. Essa è presente in tutto cio’ che vive (immanente) e di conseguenza diventa accessibile a tutti attraverso un processo di educazione costante. Collegarsi a questa trascendenza gioiosa è possibile senza che cio’ implichi necessariamente l'adesione ad un percorso religioso o dogmatico.[25] Riconoscere la gioia nella sua duplice natura di emozione e di stato, questo è il compito dell’insegnante.

4. Educare alla Gioia

Delle esperienze d’educazione felici esistono ovunque e alla portata di tutti, occidentali ed orientali, ma è stato per me necessario varcare i confini dell'Occidente, per trovare il significato originale sul quale la visione educativa non – dualista si fonda. Mi limito in questo documento ad un esempio (tra molti altrettanto efficaci) che potrebbe rappresentare un tentativo di risposta alla possibilità dell’éducazione alla gioia. Il postulato di base di questa ricerca è che l'approccio integrale, transdisciplinare, rappresenta una delle poche vie d’uscita possibili. Il caso studiato dalla ricerca che ho condotto in India dal 2006 al 2008
[26] è quello della pedagogia del “Free Progress” (il “Libero Progresso”), praticata da decenni nella scuola dello “Sri Aurobindo International Education Center” (SAICE) a Pondicherry e riadattato nella sua versione moderna al contesto  multiculturale delle scuole di Auroville.[27]

Il “Free Progress” è considerato una delle più originali pedagogie dal punto di vista della sperimentazione, e si basa sui seguenti principi:

- l'educazione ha il compito di guidare l'individuo nell’esplorazione di sé stesso e di ciò che nasconde nel più profondo della sua coscienza;

- lo sviluppo della coscienza è la condizione necessaria all'umanità per attraversare l’attuale crisi nata da uno squilibrio tra un progresso materiale sproporzionato e un progresso spirituale insufficiente;

- la questione più importante riguardante l'esistenza umana è filosofica ed ontologica, e riguarda cioé il fine ultimo della vita dell'individuo.

Nel tentativo di rispondere a quest’ultima questione, l’approccio educativo qui avanti descritto si propone di sviluppare tutte le dimensioni e tutti gli aspetti della persona : il fisico, il vitale, il mentale, l’emozionale e lo spirituale, ed è quindi “integrale”.


4.1. Il “Free Progress”


Nel 1960, il SAICE, la scuola dell’Ashram realizza un’esperienza pedagogica libera da  programmi e daesami, con l’obbiettivo di “rendere gli studenti felici”
[28]: nasce cosi’ il “Free Progress”: è libero, dato che gli studenti possono orientarsi liberamente verso le loro preferenze mentre progrediscono verso la massima espressione del loro potenziale. Le materie di studio sono infatti selezionate sulla base dei loro interessi principali, mentre l'insegnante ha il compito di guidarli ed illuminarli su di un punto o su un altro, rivestendo cosi’ la figura di “colui che dissipa le tenebre” (in sanscrito il “Guru”), in una posizione distante e presente allo stesso tempo. Nella tradizionale scuola dell’Ashram, oggi il Free Progress è disponibile solo per gli studenti del liceo, mentre in alcune scuole d’Auroville, esso è sperimentato fin dal livello elementare. Questa indagine mi ha portato a constatare gli effetti spettacolari di tale pedagogia sugli studenti di ogni età: quanto prima sono lasciati liberi di muoversi verso i loro interessi, tanto meglio essi sono in grado di formarsi una personalità sicura, curiosa ed aperta al mondo. “La libertà, significa scelta. La scelta, significa che tutto è proposto e che lo studente sceglie ciò di cui la sua natura ha bisogno per progredire."[29] Pertanto, non è necessario in questo contesto che l'insegnante o l’adulto “pre - guidi lo studente o lo obblighi ad uniformarsi ad un curriculum che non gli si confà” come affermava Sri Aurobindo.[30]

L'elemento comune in queste scuole dove “fa del bene andare” è il benessere e la gioia leggibile dalla luce che emana dagli occhi dei giovani. Le numerose testimonianze di studenti e docenti concordano: “la cultura di questa educazione è quella di aiutare il bambino a dirigersi verso la gioia di imparare. Siamo lontani dalle punizioni, o dal desiderio di ottenere buoni voti, o di primeggiare sui compagni di classe. Qui si tratta di imparare per la gioia di imparare.”[31] Sulla base delle osservazioni comportamentali realizzate dalla ricerca, possiamo dunque affermare che il Free Progress è una percorso di educazione alla gioia sia per lo studente che l'insegnante. Delle domande sorgono a questo punto: è possibile raggiungere tale obiettivo nelle nostre scuole? E se la risposta è sì, come? Qual è l'atteggiamento da assumere nel rapporto tra insegnante e studente, base e fondamento di ogni pedagogia? 

5. Piste d’innovazione pedagogica

 Alcune indicazioni preliminari sono necessarie a questo punto prima d’intraprendere qualsiasi iniziativa. La prima è quella che definisce il percorso pedagogico come un’esperienza dell’indefinito e dell'infinito, “l’entrata in sé dei doni dell’universo che riceviamo”
[32], in un cammino che non è predeterminato e fisso, ma implica la possibilità dell’errore,[33] poiché si tratta ancora e sempre di integrare l’incertezza e la complessità, di accedere al “sapere attraverso il non-sapere”. La partecipazione del soggetto, inteso come binomio insegnante/”insegnato”[34], maestro/allievo, è il fondamento di questa metodologia transdisciplinare in cui entrambi sono coinvolti nella ricerca della conoscenza, partendo dal presupposto che:

-    nulla può essere insegnato (l'insegnante è una guida, impara con i suoi allievi);

-    lo studente non è un contenitore da riempire, ma ha i propri interessi, le proprie orientazioni, che non richiedono altro che essere riconosciute e valorizzate a qualsiasi età;

-    la dimensione spirituale, alla stessa stregua di quelle intellettuale e fisica, ha il suo posto nel processo educativo e dev’essere integrata in un processo che va al di là delle religioni. Ciò significa prendere in considerazione le questioni esistenziali che sono poste dagli studenti, anche dai più piccoli;

-    il tempo, con i suoi ritmi, ha un valore educativo in sé, e a scuola la lentezza è ammessa alla stessa stregua che la rapidità.

Questo, naturalmente, ci conduce verso l'adozione di una pedagogia che si puo’ definire in modo inedito,[35] di “frattale”, basata quindi su un nuovo concetto dell’educazione e del processo di apprendimento. Per quanto riguarda l'apprendimento, in particolare, nella pedagogia frattale esso non è più identificato come una successione di tappe lineari e rigide, ma come un sistema completo in sé, che segue un movimento flessibile e concentrico, a spirale. In questo metodo l'insegnante presenterà allo studente una panoramica d’insieme della materia al fine di misurarne tutta la ricchezza e complessità, e di stabilire una connessione con il resto delle discipline esistenti. Dopo la visione d’insieme, lo studente potrà continuare ad approfondire il suo campo d’interessi attraverso dei moduli specifici, connessi tra di loro, in un programma fatto su misura per lui (proposto da lui stesso). Perché tale pedagogia sia "frattale", questi elementi dovranno riflettere l'intero programma, così come la visione olografica (in cui il dettaglio contiene la visione d’insieme) lo propone (si veda l’immagine seguente).
 

Immagine di frattale

5.1. La gioia, "emozione - guida"

Che succede alla gioia in questo cammino, possiamo chiederci a questo punto? Come  la luce che illumina la strada da percorrere, la gioia diventa una “emozione- guida”. Sebbene effimera, l’emozione puo’ aiutarci ad avanzare in questo processo educativo, a condizione tuttavia che le venga lasciato lo spazio necessario. In cio’ risiede il primo compito dell’insegnante, dare spazio alle emozioni, un compito che potrà realizzare seguendo il filo della gioia in sé, riconoscendola tra le molteplici e multicolori espressioni del proprio capitale emotivo. Tuttavia, secondo la visione “integrale” la gioia contiene anche la sofferenza: è "fondatrice", "autonoma", "paradossale", come afferma il filosofo Nicolas Go, capace di sorgere dal niente, anche nelle situazioni drammatiche. Di fatto, “il gioioso non è essenzialmente l’esuberante né l’entusiasta, ma colui che non deroga alla gioia nella pena e nel dolore, compreso e soprattutto nel cuore stesso della barbarie “.[36]
Potremmo quindi adesso immaginare un percorso pedagogico ideale,
[37] che faccia della presenza della “gioia – emozione” il punto di partenza per arrivare alla “gioia – stato dell’essere”. Il momento centrale di questo processo è la relazione tra maestro e allievo - che, basata sul rispetto reciproco, si sviluppa in quattro fasi principali:[38]

1. Riconoscere

2. Risuonare

3. Rivelare

4. Risvegliare, risvegliarsi (la Gioia come consapevolezza).


1) Riconoscere per rivelare  (“l’entrata in sé apre all'altro”)

L’emozione produce movimento interno, base di partenza  per l’accettazione del cambiamento. Perché questo avvenga, dobbiamo ritornare alla scuola dell’intelligenza emotiva,
[39] a quella dell'intelligenza del cuore,[40] il cuore essendo luogo e spazio in cui il legame con la gioia puo’ essere ristabilito. Innanzi tutto, dovremo riconoscere l’esistenza ed il ruolo “fluidificante” della “gioia – emozione” nel processo di apprendimento, perché essa influisce sulla capacità dello studente a memorizzare, conservare le informazioni, concentrarsi e focalizzare l'attenzione. Tanto per il maestro quanto per lo studente, si tratterà di riconoscerla dapprima in sé: per il maestro sarà la gioia di insegnare, di trasmettere. Questo ci ricorda l’indispensabile ruolo dell’eros nell’educazione, eros come insieme di desideri, piacere di trasmettere e amore della conoscenza agli allievi, attraverso il quale è possibile “superare il godimento che si attacca al potere, a favore del godimento che si relaziona al dono” come dice Edgar Morin.[41]

Si potrà “riconoscere” la gioia  negli studenti, allorché ad esempio saranno in contatto con l'Arte (Sri Aurobindo, Snyder, Nicolas Go, ecc.); con la creazione della propria opera, il loro “capolavoro” (Steiner); con la natura (Ecole Nouvelle, costruttivismo, ecc.). O quando saranno profondamente toccati dall’emozione della condivisione con gli altri (educazione alla pace, prevenzione dei conflitti). Nella triangolazione tra attitudine, conoscenza della materia e disciplina, l'insegnante adotterà una postura esistenziale, transpersonale, che appartiene all’ambito “dell'arte, e forse la supera, più che alla scienza”.
[42] In questa fase iniziale, verranno riconosciute le attitudini interne di ogni allievo, le sue preferenze, passioni, difficoltà, i suoi errori, e si eviterà di procedere a valutazioni che lo stringono tra griglie di riferimento o giudizi.  Si tratta dapprima di “riconoscere” per imparare a “conoscere”: i progressi nell’apprendimento si riveleranno gradualmente durante il processo educativo e, nei casi necessari, la valutazione (senza i voti!) verrà realizzata dalle due parti, in una relazione dialogica studente - insegnante.

Quasi in secondo piano, l’insegnante avrà il compito di stimolare negli allievi, soprattutto delle classi elementari, la curiosità attraverso le sue proprie attività che si svolgeranno in classe: si troverà quindi anche lui a leggere, scrivere, dipingere o utilizzare materiali vari. Lasciandosi lui stesso guidare, dovrà fare affidamento alle sue doti d’intuizione, seguendo un’ispirazione comparabile solo alla fase di illuminazione degli artisti.
[43] In questo percorso, anche la percezione svolgerà un ruolo importante in quanto sarà la capacità dei sensi (i manas della psicologia indiana), che centralizza e coordina le azioni che si svolgono nella psiche, come la telepatia, la chiaroveggenza, il presentimento, ecc.[44] Tutte queste capacità concorrono a che il maestro diventi “colui che risveglia”, per riprendere l’espressione di Krishnamurti.[45] Vedere, osservare, non giudicare, ma favorire la scoperta di nuovi interessi o predisposizioni, è su tutto cio’ che si fonda l'atto di “riconoscere” per rivelare, rivelarsi a se stessi e aprirsi agli altri.

2) Risuonare (“ascoltare con l'orecchio dell’altro”)

La “risonanza” va intesa come un fenomeno non solo fisico (uditivo), ma anche intellettuale, emotivo, che invade cuore, mente e spirito, e che quindi va accolta in tutto l'essere. Grazie ad essa l'insegnante capirà se l'attività prescelta dello studente è portatrice di  gioia. Ciò implica che, come lo affermano i professori del Free Progress, egli sia in “presenza”prima di tutto di sé stesso, che sia in grado di comprendere appieno la propria verità per poter intendere quella altrui, di “ascoltare con l'orecchio dell’altro.”
[46] L’empatia, valore sul quale si basano tutti i metodi di educazione alla pace e alla non-violenza, è la chiave per comprendere ciò che gli altri sperimentano e vivono, e per stabilire relazioni armoniose. L’empatia esige che si ascolti con tutto il proprio essere, compreso lo spirito, condizione che richiede uno stato di vacuità di tutte le facoltà. Quando questa è raggiunta, allora si riesce a cogliere direttamente tutto ciò che ci si presenta davanti, attraverso un processo che non passa dalla comprensione uditiva o intellettuale, ma va ben al di là. Cio’ sarà causa di gioia, una gioia che esce qui dal dominio delle emozioni per dirigersi verso il regno dell'essere, che “è concepita e praticata nel presente. (...) È una risonanza, un'etica, la fonte di tutto il creato ... “.[47]

3) Rivelare

A partire dal momento in cui viene stabilita una relazione stretta con lo studente, si potrà capire se le attività verso cui si dirige sono fautrici e rivelatrici di ciò che egli realmente è,  di ciò che ha da compiere. E’ per questo motivo che il passo precedente è fondamentale: poiché l'insegnante dovrà utilizzare qui non solo le sue qualità psicologiche o pedagogiche, ma soprattutto quelle legate all’intuizione Non si troverà quindi di fronte alla tentazione di forzare lo studente verso scelte predefinite, dettate dal programma scolastico, spesso vissute come perentorie o definitive, ma stimolerà la sua curiosità su tale o tal’altro argomento, attraverso attività creative. Nella gioia che la scoperta di se stessi può provocare, l’insegnante non dimenticherà di considerare i successi, ma anche le difficoltàe gli errori dello studente, che saranno considerati non come fallimenti, ma come elementi necessari e fondamentali nel percorso didattico. Nel caso in cui invece non riscontri nell’allievo nessun piacere ad imparare, nessuna gioia a creare o studiare, questo sarà presto evidente, e l'insegnante potrà fare il punto della situazione, senza temere di aver perso del tempo. Se per contro ciò che lo studente decide di studiare  “risuona” con i propri interessi più profondi, questa scelta provocherà della gioia in lui, e sarà naturalmente riconosciuta dal docente e dai suoi coetanei nella sua natura fondamentale. La gioia “emozione – guida” non è superficiale, non è eccitazione, ma forza di pace.

4) Risvegliare, svegliarsi (la Gioia come consapevolezza)  

Perché il maestro diventi “colui che risveglia”, il primo passo sarà quello di “risvegliarsi a se stesso”. In perpetua creazione, egli sarà  “alla ricerca della verità, non necessariamente un grande Yogi, ma un essere alla ricerca, che non si nasconde”, come lo definiscono gli insegnanti di Auroville. In questa educazione, gli atti contano tanto quanto le attitudini e le maniere di essere, perché "essere un educatore, è finalmente mostrare la via a partire da ciò che facciamo, quello che siamo. "[48] Si tratterà, potremmo aggiungere, di assumere la postura umile di “colui che sa di non sapere” e che (si) scopre, che fa imparare ed impara allo stesso tempo degli altri, come la figura letteraria di Jacotot, “il Maestro Ignorante” di Jacques Rancière.[49] Lungi dall'essere banale, si tratta con questo, di accettare un cambiamento radicale di postura che puo’ starvolgere e trasformare il nostro modo di pensare la scuola (ma anche il mondo!).

L'obiettivo della rivelazione della gioia segue un percorso graduale, e devrà essere stimolato da attività che coinvolgono tutte le dimensioni dell'essere: il corpo fisico (attraverso il rilassamento e movimento cosciente), la mente (con la concentrazione, lo stimolo dell’ immaginazione e della creatività) e lo spirito (l'apertura del cuore, il silenzio mentale, la meditazione).[50] Si tratta di un viaggio verso la scoperta del Sé superiore che l’éducazione alla gioia propone, più coerente con la via proposta dalla  "spiritualità laica" (Barbier, Conte Sponville), piuttosto che da una scelta religiosa. Sarà una “pratica di saggezza che fà a meno di ogni ragione e si realizza nell'arte, nel riso e nel sacro e s’interroga sulla possibilità singolare della gioia”, come ricordano le sublimi parole di Nicolas Go.[51]  E’ la gioia che esce dalla sfera delle emozioni e diventa aspirazione dell’essere all'unione con l'Assoluto.

Diversa dalla “gioia – emozione”, la “gioia – stato” sarà riconosciuta per la sua sostenibilità e la sua autonomia, indipendente da cause esterne.  Si tratta per l’insegnante e lo studente, di aprirsi ad una dimensione interiore che è ben più ampia di quella psicologica perché contiene la “totalità”, in un processo di coscientizzazione. Fine ultimo dell’educazione, la gioia del “risveglio” è trascendente ed immanente al tempo stesso, diventa “trans-immanente”.  E’ sostanziale alla
vita, al corpo, alla materia, alla realtà, ma la attraversa e va “al di là” della Natura e i suoi limiti, collegandosi ad una dimensione molto più ampia, che abita il corpo e
la trascende.

Guidati dall’approccio transdisciplinare, siamo finalmente in grado di
riconoscere la natura del soggetto nella sua “gioiosa essenza”, non frammentata,
Uno con il Tutto.  La Gioia ritrova finalmente il suo senso d’origine, di unione
tra gli individui, tra l’individuo e la dimensione dell’Assoluto. Anche l’educazione ritrova qui il suo significato perduto, essa “conduce”, “nutre”, “tira fuori” ciò che in noi esiste di meglio. Applicata attraverso processi partecipativi nelle scuole, con un
coinvolgimento responsabile sia dei genitori che degli insegnanti,
l'educazione alla gioia avrà il compito di guidare i bambini attuali e le generazioni future nel mettere in luce nella loro coscienza ciò che esiste di più importante, la gioia di vivere pienamente la vita.


[1] Copyright : Edizioni L’Harmattan, Parigi 2010

[2] Ex funzionaria UNESCO, ricercatrice e consulente internazionale, Antonella Verdiani è in possesso di un Dottorato ed un Master in Scienze dell’Educazione.  La sua attività comprende anche seminari di formazione all’Educazione alla gioia © che si rivolgono agli insegnanti, ma anche a genitori e figli. Attualmente sta preparando un libro sullo stesso argomento.

[3] L'etimologia greca e latina della parola crisi fa riferimento sia ai concetti di "decisione" che di "scelta". Si può così far fronte alla crisi e superarla, oppure soccombere ad essa. La stessa idea è presente nell’etimologia cinese, dove la crisi, "Ji Wei" significa sia "pericolo" che "opportunità", una situazione paradossale, che permette tuttavia un cambiamento positivo. In questo senso, la crisi racchiude un potenziale di rinnovamento.

[4] Come afferma il professor Basarab Nicolescu, direttore del CIRET, il Centro Internazionale di Ricerca Transdisciplinare (http://basarab.nicolescu.perso.sfr.fr/ciret/), che cita i dati della National Science Foundation - NSF, agenzia che sostiene la ricerca scientifica fondamentale ( http://www.nsf.gov   ).

[5] Morin Edgar, Introduction à la pensée complexe, Seuil, 1990.

[6] Yuj significa anche: veicolo, mezzo, metodo, trattamento, concentrazione mentale, disciplina, pratica dello yoga, estasi mistica (da Gerard Huet, INRIA http://sanskrit.inria.fr ).

[7] In generale, va osservato che il significato originale delle parole è filosoficamente e simbolicamente completa in se stessa, perché "collegata" ad una conoscenza del mondo che include sempre il sacro nella sua antropologia.

[8] Neologismo francese che indica il legame e la connessione tra una persona e gli element naturali (reliance cosmica), della persona con i suoi propri aspetti interiori (reliance psicologica) e con la collettività (reliance psicosociale).

[9] Il World Database of Happiness sviluppa nuovi indicatori come il "Gross National Happiness" che misura l’indice di felicità.

[10]  Nell'articolo "La ricerca scientifica della felicità" in Psychological Science (1995) e Scientific American (1996) dove Diener Myers sviluppano i migliori indicatori della felicità: i tratti di personalità, le relazioni intime e l'impegno religioso.

[11] Csikszentmihalyi Mihaly, Vivre, La psychologie du bonheur, Robert Laffont, Parigi, 2004. In questo libro l’autore definisce le condizioni dell’ "esperienza ottimale", chiave dello sviluppo dell'individuo, caratterizzata da "uno stato di flusso, movimento e concentrazione verso la realizzazione dei compiti  che coinvolgono tutte le competenze".

[12] Kahneman incrocia dati soggettivi (come indagini ed interviste) con prove oggettive (quali la speranza di vita, il PIL e la scolarizzazione nei paesi esaminati dalla sua ricerca.

[13] Come dimostra il famoso caso del Bhutan, con il suo "Indice Nazionale di Felicità”e malgrado i suoi 1.321 dollari procapite l'anno, davanti a un numero considerevole di paesi “avanzati”. Vedi : Christophe Alix, « Les indices du bonheur », in Libération, 14 luglio 2007.

[14] Definito come un misto di serotonina, la noradrenalina e la dopamina secreta dal cervello.

[15] Sperry W. Roger “Mind-brain interaction: mentalism, yes; dualism, no” in Neurosciences, 5: 195-206. Smith, A.D., Llanas R. and Kostyuk P.G., Commentaries in Neurosciences, Pergamon Press, Oxford, 1980.

[16] Barbier René, « L'éducateur et le sacré» in Journal des chercheurs, 18 aprile 2003 (http://www.barbier-rd.nom.fr/journal/article.php3?id_article=58 )

[17] Beauregard Mario, O’Leary Denise, Du cerveau à Dieu : plaidoyer d’un neuroscientifique pour l’existence de l’âme, Guy Trédaniel, Parigi, 2008.

[18] Damasio A.R., Looking for Spinoza: Joy, Sorrow, and the Feeling Brain, Harcourt, 2003

[19] Spinoza Baruch, Traité de la réforme de l’entendement, Vrin, 1992

[20] Per esempio i francesi Gilles Deleuze, Robert Misrahi, Bruno Giuliani, Nicolas Go, …

[21] Nel Vangelo di Luca, chiamato il "Vangelo della gioia."

[22] Snyders Georges, La joie à l’école, PUF, 1986.

[23] Snyders Georges, Lecarme Philippe, « Des grandes œuvres pour tous », Cahiers pédagogiques n°402, Ed. Cercle de Recherche et d'Action Pédagogiques.

[24] Ricard Matthieu, Plaidoyer pour le bonheur, Pocket Evolution, Nil éditions, Parigi, 2003.

[25] Sri Aurobindo, The Life Divine, Lotus Press, Twin Lakes, Wisconsin, 1990

[26]  La Madre, in Education (http://www.sriaurobindoashram.com)

[27] Questa visione è condivisa anche dall’ Antroposofia di Rudolf Steiner e puo’ essere estesa anche alla spiritualità laica o la "spiritualità senza Dio", come la definisce René Barbier nell’articolo « Flash existentiel et reliance» in Journal des chercheurs, 9 marzo 2004: http: / / www.barbier-rd.nom.fr/journal/article.php3?id_article=148) e da Comte-Sponville (L'Esprit de l'athéisme. Introduction à une spiritualité sans Dieu, Editions Albin Michel, Parigi, 2006).

[28] Antonella Verdiani L’éducation à la joie : un exemple d’éducation intégrale dans les écoles d’Auroville (Inde), Tesi in Scienze dell’educazione, diretta dal prof. René Barbier, Università di Paris VIII, 2008.

[29] Definita dai suoi abitanti, un "laboratorio" di umanità, Auroville è sostenuta dal 1968 dal governo indiano e dall'UNESCO. Auroville "vuole essere una città universale, dove uomini e donne di tutti i paesi possano progressivamente vivere in pace ed armonia al di sopra di ogni credo, opinione politica e nazionalità. Lo scopo di Auroville è quello di realizzare l'unità umana" ( www.auroville.org ). La città oggi conta circa 2200 abitanti provenienti da 44 paesi diversi.

[30] Secondo le parole stesse di Madre, in G. Monod-Herzen, J. Benezech L’école du libre progrès, Editions Plon, 1971

[31] Intervista del 6 mars 2008 à C., insegnante ad Auroville dal 1975.

[32] Sri Aurobindo, La synthèse des yogas, Sri Aurobindo Ashram Trust, Pondichéry, 1984.

[33] Intervista del 29 febbraio 2006.

[34] L’Autre marche, una istallazione di Trinh T. Minh-ha e Jean-Paul Bourdier nella rampa d’ingresso del Museo del Quai Branly a Parigi.

[35]  In questa postura, il fatto di errare non prenderà il significato di sbagliare, ma di sperimentare, di “andare qua e là” alla ricerca di nuove piste.

[36] Mi si consenta la traduzione dal francese enseignant/enseigné.

[37] Bisogna riconoscere pero’ al professore Joël de Rosnay il fatto di averne evocato l’immagine in una intervista del 1996 alla rivista francese Vers l’Education Nouvelle, n°477-478, dove trattava dell’educazione frattale. Il concetto di frattale è stato elaborato per la prima volta dal matematico Benoît Mandelbrot che descrive delle strutture dalla forma irregolare che si creano seguendo delle regole precise, con un processo omotetico. Un recente programma che ha pure utilizzato la frattale è FractalKey, sviluppato da Aurosoorya (www.aurosoorya.com e www.fractalkey.com ) a partire della visione filosofica  integrale.

[38] Nicolas Go, L’art de la joie. Essai sur la sagesse, Buchet Chastel, 2004.

[39] Cio’ che viene qui proposto puo’ sembrare difficilmente realizzabile nelle classi sovrappopolate delle nostre scuole pubbliche perché si basa sulla creazione di una relazione quasi interpersonale tra maestro ed allievo. Tuttavia esso è un esempio di relazione possibile verso cui tendere, dato che si riferisce ad una postura, un approccio filosofico da adottare indipendentemente dal numero degli alunni.

[40] Secondo le osservazioni della ricerca realizzata nelle classi d’Auroville dall’autrice stessa.

[41] Goleman Daniel, Emotional intelligence. Why it can matter more than IQ, Bantam,  2005

[42] Filliozat Isabelle, L'intelligence du coeur : Confiance en soi, créativité, aisance relationnelle, autonomie Marabout, 1998

[43] Morin E., Motta R., Ciurana E-R. Eduquer pour l’ère planétaire. Editions Balland, Paris, 2003

[44] Barbier René, « La recherche-action existentielle », in Pour, La recherche-action, Paris, Privat, n°90, giugno-luglio 1983

[45] Ramirez Yolanda L’enseignement en tant qu’art dans le curriculum Waldorf  Dicembre 2006 : Scienze dell’educazione, Università di Paris VIII. ( http://www.steiner-waldorf.org/index.html)

[46] Vedi anche: Sri Aurobindo, On education, Sri Aurobindo Ashram Trust, Pondichéry, 1990

[47] Krishnamurti Jiddu, Le sens du bonheur, Stock, Paris, 2006

 



Eduquer à la joie
di Antonella Verdiani
www.educationalajoie.com

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1. Un « non sens » dans un monde en crise : la joie

Il ne se passe pas de jour sans que des experts analysent la crise que le monde traverse actuellement sous l’angle de leur science : des clashes économiques à la pollution de l’environnement en passant par la perte des valeurs éthiques, nous sommes surinformés, agressés, souvent acculés au mur du désespoir par les données diverses, les théories et les pronostics, de préférence catastrophiques, que les scientifiques produisent dans le but d’alerter l’espèce humaine et sa planète. La raison nous dirait donc que le temps est venu pour les humains de se réfugier sous terre, d’amasser des réserves alimentaires dans les bunkers ou, au pire, de se préparer à une évacuation massive vers d’autres planètes… Ma proposition ici est de ne pas succomber à la vision pessimiste, de ne pas suivre que la voix de la raison scientifique (pourtant nécessaire), mais par un véritable retournement de sens, de saisir l’opportunité qui nous est offerte par cette crise d’intégrer dans nos vies une valeur qui semble avoir été oubliée par les humains, celle de la joie. Dans ce chemin d’espoir, l’éducation peut jouer un rôle fondamental en se réappropriant le rôle initiatique qui lui revient dans l’évolution de l’être humain.

L’école va mal, et les réformes ministérielles se succédant les unes après les autres dans nos pays occidentaux, semblent imperméables à toute innovation qui aille dans la direction de la prise en compte de la dimension existentielle des individus (élèves et enseignants), négligence qui pourrait être considérée comme l’une des multiples raisons de ce malaise. A cela s’ajoute la fragmentation grandissante du savoir en multiples disciplines : de 50 spécialisations en 1950 nous sommes passés à 8000 en 2000. Dans ces « tours de Babel » que sont nos écoles et universités aujourd’hui, les élèves s’habituent à concentrer toute leur attention sur des disciplines qui étudient la réalité à travers des loupes, en les analysant sous des angles différents. A force de focaliser les mentalités sur des aspects séparés de la réalité, les étudiants apprennent à l’interpréter comme un ensemble de morceaux d’un puzzle non recomposé, « déstructuré ». L’université en particulier se dirige vers un cloisonnement et un morcellement du savoir, qui devient de plus en plus ésotérique et anonyme (Morin, 1990).

A la fragmentation disciplinaire correspond la dangereuse fragmentation de l’être humain, le corps étant séparé de ses émotions, séparées du mental, séparé de l’esprit… La conséquence la plus évidente est la perte de la joie d’apprendre, de transmettre, tout simplement de la joie de vivre. Ma thèse est que l’éducation peut ramener les humains vers cette nature qui est l’essence même de l’être. Eduquer à la joie est possible, des exemples existent et sont reproductibles. Cet article en particulier va mettre en lumière celui de l’éducation intégrale. Mais, avant tout, de quelle joie parlons-nous ?

2. Joie et bonheur

Dans le langage courant, la joie est associée à une émotion, à un état passager. Pourtant, son sens d’origine est tout autre que éphémère, car sa lointaine étymologie sanskrite nous renvoie au terme de yuj (la même que de yoga), généralement traduit par «union de l’âme individuelle avec l’esprit universel » . Il y a ici un sens de reliance entre le terrestre et le céleste, de l’homme avec le divin et des hommes entre eux, une dimension sacrée de la joie qui s’est perdue dans les temps, surtout dans la culture occidentale. Une fois le lien rétabli, la joie investit de façon indirecte (car elle y « contribue ») tous les aspects de la vie et ramène au concept de joie de vivre en tant que sentiment exaltant ressenti par toute la conscience, toutes les dimensions de l’être. D’une simple émotion, elle se transforme en sentiment, état ; elle redevient manifestation de la reliance de l’âme individuelle avec une dimension supérieure. Par ce chemin, elle envahit la totalité de l’être et relie le « haut » et le « bas », l’espace intérieur et extérieur, le sujet et l’objet, l’individu et les autres.
Une distinction sémantique entre joie et bonheur (notions souvent confondues) est également nécessaire afin de procéder davantage dans l’exploration de notre domaine, celui de l’éducation. Le mot bonheur désigne en général la chance, le plus souvent matérielle, qui arrive au moment propice, à « la bonne heure », concept qui est très loin de notre objectif qui n’est pas de décrire l’éducation comme parcours vers un destin favorable en termes de fortune, mais plutôt comme chemin d’évolution de l’être vers un état de complétude, où la joie a toute sa dimension ontologique.
Le bonheur, entendu comme bien-être, est très en vogue aujourd’hui. Depuis les dix dernières années, les recherches sur ce sujet sont au centre de réflexions dans tous les domaines, non seulement du point de vue de la santé, mais aussi de celui de l’économie et des sciences sociales, les sciences de l’éducation en étant partie intégrante. Dans la psychologie moderne en particulier, la recherche à ce sujet commence à s’intensifier dès les années ’80. Pour citer quelques noms parmi les plus connus, Veenhoven, par exemple, publie en 1984 le World Database of Happiness où il mesure le bonheur au niveau international (121 cas dans 32 pays). Au même moment Diener, un autre psychologue reconnu, établit des corrélations entre le bien-être et les progrès théoriques réalisés par les individus. Un peu plus tard, Csikszentmihalyi (1990, 2004), pousse davantage la réflexion et définit le bonheur comme un état indépendant des conditions externes, mais dépendant « plutôt de la façon dont elles sont interprétées», car elles résultent de l’orientation des individus vers des intérêts matériels et/ou immatériels. On cite ici également le prix Nobel d’économie Robert Kahneman qui, en premier, aura eu le mérite de rapprocher psychologie et économie avec son concept d'audit du bien-être national. Ce qui est remarquable dans son classement est le décalage existant entre les mesures du bien-être et celles de la performance économique, d’où la conclusion que le confort matériel intervient très peu dans la perception du bonheur.

2.1. Neurosciences et philosophie

La recherche sur le bonheur aime associer, on l’a vu, des disciplines et des théories différentes : tel est aussi le cas des sciences « cognitives – émotives» qui établissent des passerelles avec la philosophie lorsque on touche à la question de la joie. Par exemple, les recherches sur les deux cerveaux (Sperry, 1981) nous disent que les émotions et les sentiments de joie, amour et compassion se situent dans une zone précise du néo-cortex, la même qui est stimulée dans l’état de méditation profonde. Cette découverte est fondamentale pour les chercheurs en sciences de l’éducation que nous sommes car, ouvrant à un autre niveau de réalité, elle donne accès au sens de la profondeur que l’on peut atteindre par l’éducation à la non-violence (Barbier, 2003). La joie et l’attitude à la paix surgissent-elles donc de la même source dans l’être ?
Les neuropsychologues Beauregard et Damasio tentent plus en particulier de répondre à cette question en concentrant l’observation sur des états et des émotions encore plus complexes, comme la transe mystique ou l’expérience de la compassion, et parviennent à des résultats qui les démarquent de leurs prédécesseurs. Pour Beauregard (d’après un test réalisé sur des religieuses carmélites en état de méditation), il n’y a pas de région spécifique du cerveau qui serait activée lors de l’expérience mystique. Autrement dit, il n’y a pas de « module de Dieu » dans le cerveau (Beauregard, 2005). Ce qui nous parait important de retenir aux fins de cet article, c’est la conclusion d’ordre plus philosophique (que l’on pourrait définir d’immanentisme spinozien) à laquelle parvient Damasio (2003) : étant donné la capacité de l’être humain à produire, penser et agir sur ses émotions, c'est de la rencontre entre les émotions et le cerveau rationnel que jaillit la conscience.
3. Les philosophes de la joie : de Spinoza à Sri Aurobindo
«L'amour allant à une chose éternelle et infinie repaît l'âme d'une joie pure, d'une joie exempte de toute tristesse» affirme Spinoza (1632 – 1677), dont la pensée limpide continue d’inspirer les philosophes modernes. Pour lui, la philosophie est l’amour de la vérité et l'amour est la vérité de la joie ; son but est la constitution d’une éthique du bonheur et de la liberté. Spinoza confère à la joie une place centrale, en tant que passage d’un état de perfection moindre à une perfection supérieure, lié à la réalisation du désir (conatus), l’état de puissance et de force de l’homme. Dans son Ethique, il la qualifie d’affect, (un sentiment ou une passion qui investit tout le corps, objet de l’Esprit), de transitio (car elle est instable, en devenir) et d’Amour (car une joie qui ne serait pas aimante serait une joie ignorante). Il s’agit, comme il le dit, de « tout aimer dans l'éternelle nécessité de ce tout qui est Dieu », par une éthique de l'amour qui n'est pas l'éros de Platon, mais plutôt la philia d'Aristote ou d'Épicure, l'agapè de Jésus ou de Saint Paul. Cette conception nous oriente vers les traditions spirituelles et religieuses de l’humanité, sans pour autant revêtir un caractère de transcendance. Pour le christianisme en particulier, la joie est un état d’éveil que l’on pourra atteindre uniquement dans une dimension non terrestre, dans le « Royaume Joie » où l’alliance éternelle entre Dieu et les hommes est rétablie. Elle confère un pouvoir à une réalité « supérieure », tandis que selon la vision immanentiste, toute la réalité est générée par la Nature.
Egalement en opposition à la vision transcendante, l’idéologie matérialiste ramène à l’homme toute sa liberté d’action. Du point de vue de l’éducation laïque, positiviste, la joie dérive principalement de la liberté d’apprendre (fondement de l’Education Nouvelle, par exemple) où l’enfant est libre d’agir, de créer, d’observer et de comprendre dans le travail en commun avec les autres. Le principe de liberté a aussi influencé l’un des rares éducateurs contemporains qui ait travaillé sur la joie à l’école, Georges Snyders qui, cependant, fonde son approche dans une vision beaucoup plus matérialiste, marxiste. Pour lui, l’école représente le théâtre du changement social, le lieu de joies « proportionnelles aux efforts et aux obligations ». Pour étudier les chefs d’œuvre littéraires ou scientifiques, « il faut se donner du mal, tenir bon » ; par ce sacrifice, les élèves seront amenés à la découverte de la joie à vivre l'amour dans le style et pourront de ce fait contribuer au progrès de l'humanité.

3.1. Ananda, la joie divine

L’exploration menée jusqu’ici a pris en compte majoritairement la vision philosophique occidentale. Dans son pendant oriental, non dualiste, la séparation entre l’être et le cosmos ne s’est pas produite, le lien avec la totalité de la réalité perdure. En ce qui concerne le pont entre la spiritualité et l’éducation, le philosophe indien Sri Aurobindo (1872 – 1950) est une référence incontournable. Son concept d’éducation intégrale est né de l’expérience du yoga intégral, le Purna yoga, qui est fondé à son tour sur l’ananda, la joie divine.
En sanskrit, le terme ananda désigne la joie et le rayonnement de soukham, l’état de bien-être intérieur, l’expérience spirituelle la plus haute « … qui illumine de félicité l’instant présent et se perpétue dans l’instant suivant jusqu’à former un continuum que l’on pourrait appeler joie de vivre». C’est le sat-chit-ananda, le continuum « existence – conscience – félicité », la « félicité de devenir », expression parfaite de Lila, le « jeu du Seigneur ». Subjacente à la nature humaine, dans la vie ordinaire cette vérité nous est cachée ; tout le travail de l’étudiant consiste ainsi à apprendre à vivre « au-dedans » afin de s’éveiller à cette présence calme, joyeuse et puissante qui « en nous est notre moi plus réel ». Educateur avant tout, Sri Aurobindo identifie dans la fréquentation de l’Art et de la Poésie un moyen pour s’approcher à ce « délice invariable de l’univers » qui est la vraie saveur de l’existence. La liberté définitive sera acquise par l’affrontement de « tous les chocs de l’existence » et non par le repli sur soi ou la renonciation passive. Devenue neutre au contact des plaisirs et de la souffrance, l’âme sera ainsi amenée vers un état de ravissement invariable, la joie divine.
La descente de la spiritualité dans la matière est le sens du yoga intégral et c’est à Mirra Alphassa, dite la Mère (1878 – 1973), que reviendra la tâche de continuer l’œuvre de Sri Aurobindo, en la traduisant en pratiques éducatives dans l’Ashram de Pondichéry. Dans son yoga, elle décrit la joie comme immanente et transcendante à la fois, intrinsèquement liée dans la nature humaine, puisque « toute existence est basée sur la joie d'être et que sans la joie d'être il n'y aurait pas de vie.» Ici la dimension supérieure (transcendante) fait partie de l’être dans sa nature profonde. Elle est présente dans le vivant (immanente) et par conséquent accessible à tous par un processus d’éducation constant. La reliance à cette transcendance joyeuse est possible sans que cela implique nécessairement l'adhésion à une quelconque voie religieuse ou dogmatique. Reconnaître la joie dans sa double nature d’émotion et d’état, telle est la tâche de l’enseignant.

4. Eduquer à la joie

Des expériences éducatives heureuses existent partout dans le monde, à la portée de tous, occidentaux et orientaux, mais il a fallu pour moi franchir les frontières de l’Occident, pour aller rechercher le sens originel sur lequel la vision éducative non - fragmentée s’appuie. Je me limiterai au sein de cet article à un seul exemple (parmi d’autres qui sont autant viables) comme tentative de réponse à la possibilité de l’éducation à la joie. Le postulat que ma démarche assume est que l’approche intégrale, transdisciplinaire, est la seule issue possible dans ce chemin. Le cas étudié par la recherche effectuée en Inde de 2006 à 2008 est celui du Libre Progrès, pratiqué depuis les décennies dans l’école de l’Ashram de Pondichéry (ci-dessus mentionné), réadapté dans sa version moderne au contexte multiculturel des écoles d’Auroville.

Le Libre Progrès est considéré comme une des pédagogies parmi les plus originales du point de vue de l’expérimentation, et se fonde sur les principes suivants :
o l’éducation a pour tâche de guider l’individu dans l’exploration de soi- même et de ce qu’il recèle au plus profond de sa conscience ;
o le développement de la conscience sera la seule condition pour que l’humanité dépasse la crise actuelle surgie d’un déséquilibre entre un progrès matériel démesuré et un progrès spirituel insuffisant ;
o la question la plus importante relative à l’existence humaine est ontologique, c’est-à-dire qu’elle concerne le but ultime de la vie de l’individu.
Pour répondre à cette dernière question, cette démarche se propose de développer toutes les dimensions et tous les aspects de l’individu, le physique, le vital, le mental, le psychique et le spirituel ; elle est de ce fait « intégrale ».


4.1. Le Libre progrès

En 1960, l’école de l’Ashram mène une expérience pédagogique libérée de programmes et d’examens afin de « rendre les élèves heureux» : ce sera le Libre progrès, libre parce que les élèves peuvent librement s’orienter vers leur préférences pendant qu’ils progressent vers l’expression la plus haute de leur potentiel. Les sujets d’études sont ainsi choisis sur la base des leurs intérêts majeurs, tandis l’enseignant va les guider et éclairer sur un point ou l’autre, pour incarner la figure de «celui qui dissipe les ténèbres» (en sanskrit le « guru »), dans une posture distante et présente à la fois. Dans la très traditionnelle école de l’Ashram, le Libre progrès est proposé uniquement aux élèves du niveau supérieur, tandis que dans certaines écoles d’Auroville, il est expérimenté depuis les classes élémentaires. Mon enquête amène à constater les effets spectaculaires que cette pédagogie donne sur les élèves de toute âge : le plus tôt ils sont laissés libres de s’orienter vers leurs centres d’intérêt, le mieux ils seront en mesure de se former une personnalité confiante, curieuse et ouverte sur le monde. « La liberté, ça veut dire le choix. Le choix, ça veut dire que tout est proposé et que l’élève choisit ce dont sa nature a besoin pour avoir un progrès». Par conséquent, il n’est pas nécessaire dans ce contexte que le maître ou l’adulte « pré - oriente l’élève ou l’oblige à s’uniformiser à des programmes scolaires qui ne lui sont pas adaptés » comme le disait Sri Aurobindo.

L’élément commun à ces écoles où « il fait bon aller » est celui du bien être et de la joie lisibles dans les yeux lumineux de ces jeunes. Les nombreux témoignages des élèves et des enseignants concordent : « la culture de cette éducation est d’aider l’enfant vers la joie d’apprendre. On est loin des punitions, ou du désir d’obtenir de bonnes notes, ou d’arriver en premier. C’est apprendre pour la joie d’apprendre.» Sur la base des observations comportementales réalisées, on peut donc affirmer que le Libre progrès est une voie d’éducation à la joie à la fois pour l’élève et l’enseignant. Des questions surgissent à ce point : serait-il possible d’atteindre un tel objectif dans nos écoles ? Et si la réponse est oui, par quels moyens ? Quelle est la posture à assumer dans la relation maître – élève, base et fondement de toute pédagogie ?
5. Pistes d’innovation pédagogique

Quelques indications préalables sont nécessaires à ce point, pour entamer un chemin d’innovation dans nos écoles aussi. La première est celle qui définit le parcours pédagogique en tant qu’expérience de l’indéfini et de l’infini, «l’entrée en soi des dons de l’univers que l’on reçoit » dans une voie qui n’est pas prédéterminée de façon figée, mais qui implique la possibilité de l’erreur, car il s’agit encore et toujours d’intégrer l’incertitude et la complexité, d’accéder au « savoir par le non - savoir ». La participation du sujet, entendu comme binôme enseignant/enseigné, maître/élève, est le fondement de cette méthodologie transdisciplinaire où les deux sont impliqués dans l’exploration du savoir, en partant du fait que :
o rien ne peut être enseigné (le professeur est un guide, il apprend avec ses élèves) ;
o l’élève n’est pas un récipient à remplir, il a ses propres centres d’intérêts, ses orientations, qui ne demandent qu’être reconnues et favorisées et ce, à tout âge ;
o l'esprit, au même titre que l’intellect et le corps, a sa place dans le processus éducatif et doit y être intégré, dans une démarche qui va au delà des religions. Ceci implique la prise en compte des questionnements ontologiques de la part des élèves, même les plus petits;
o le temps, avec ses rythmes, a une valeur pédagogique en soi, la lenteur y est donc admise au même titre que la rapidité.
Cela conduira naturellement vers l’adoption d’une pédagogie que l’on peut, de façon inédite, basée sur un nouveau concept de l’éducation et du processus d’apprentissage, et que l’on peut définir comme fractale. En ce qui concerne l’apprentissage en particulier, dans la pédagogie fractale il ne sera plus à identifier comme une succession d’étapes linéaires et rigides, mais comme un système complet en soi, qui suit un mouvement souple et concentrique, en spirale (selon l’image de la fractale ci- dessous). Dans cette méthode, l’enseignant présentera à l’élève une vue d’ensemble de la matière à laquelle il s’initie afin de lui faire mesurer toute sa richesse et sa complexité, et de le mettre en condition d’établir une connexion avec le reste des disciplines existantes. Une fois cet aperçu global obtenu, l’élève pourra approfondir davantage son domaine d’intérêt par des modules spécifiques, reliés entre eux, dans un programme taillé sur mesure pour lui. Pour que la pédagogie soit « fractale », ces éléments doivent refléter l’ensemble du programme, au même titre que la vision holographique (dans laquelle le détail contient la vision d’ensemble). 5.1. La joie, “émotion – guide”
Qu’en est-il de la joie dans ce parcours, pourrions nous demander à ce point ? Elle va nous servir d’éclaireuse, elle devient une émotion–guide. Même éphémère, l’émotion peut faire son travail dans ce processus éducatif, à condition cependant de lui laisser la place et de la suivre. C’est là, la première tâche du maître, qu’il pourra accomplir en suivant le fil d’Ariane de la joie en lui, émotion qu’il reconnaîtra comme une des expressions de son capital émotif décliné dans une diversité de colorations. Mais attention, car la joie aussi est « intégrale », elle contient aussi la souffrance ; elle est « fondatrice », « autonome », « paradoxale », comme le dit Nicolas Go, capable de surgir de nulle part, même dans des situations dramatiques. De ce fait, « le joyeux n’est pas essentiellement l’exubérant ni l’enthousiaste, mais celui qui ne déroge pas à la joie, y compris – et même, dirions nous, surtout – dans la peine et l’affliction, y compris et surtout au cœur même de la barbarie.»
A ce stade, nous pouvons imaginer un parcours pédagogique idéal, qui ferait de la présence d’une joie – émotion le point de départ pour aller vers la joie - état. Le moment central de ce processus est la relation maître – élève qui, basée sur le respect réciproque, se développe en quatre étapes principales :
1. Reconnaissance
2. Résonance
3. Révélation, parcours de « réveil – éveil »
4. Joie comme éveil

1) Reconnaître pour révéler (…l’entrée en soi ouvre sur l’autre)

Émouvoir, c’est mettre en mouvement c’est provoquer un changement d’attitude en soi et dans l’autre. Pour ce faire, il nous faudra retourner à l’école de l’intelligence émotionnelle (Goleman, 1998), à celle de l’intelligence du cœur (Filliozat, 1998), le cœur étant le lieu qui seul peut rétablir le lien nécessaire avec la joie. Il nous faudra en premier lieu reconnaître le rôle de la joie - émotion dans la fluidité du processus d’apprentissage, car elle intervient sur les capacités de l’apprenant de mémoriser, de retenir l’information, de se concentrer et cibler l’attention. Pour le maître autant que pour l’élève, il s’agira de la reconnaître en soi : ce sera la joie d’enseigner, de transmettre. Cela nous rappelle la place indispensable de l’éros dans l’éducation, en tant qu’ensemble de désir, plaisir de transmettre et amour de la connaissance et des élèves, car c’est grâce à lui que l’on peut « surmonter la jouissance qui s’attache au pouvoir, au profit de la jouissance qui s’attache au don » comme l’affirme Edgar Morin.»

Il y aura de la joie à reconnaître lorsque les élèves, par exemple, seront en contact avec l’Art (Sri Aurobindo, Snyders, Go, etc.). Ils créeront leur propre chef d’œuvre (Steiner) ou encore ils seront émerveillés par la nature (Ecole nouvelle, constructivisme, etc.) ; ou touchés par le partage avec les autres (éducation pour la paix, prévention des conflits). Dans la triangulation entre attitude, connaissance du sujet et discipline, l’enseignant adoptera une posture existentielle, transpersonnelle, qui «relève de l'art tout autant, si ce n'est plus, que de la science » (Barbier, 1983). Par cette étape initiale, on repèrera les attitudes de l’élève, ses tendances, ses passions, ses difficultés, ses erreurs, sans pour cela les « évaluer » dans des grilles étroites, dans des jugements, dans des schémas de référence. Il faudra reconnaître pour connaître : les progrès dans l’acquisition des connaissances se révéleront d’eux-mêmes dans le parcours éducatif et, au cas où une évaluation (sans notes !) serait nécessaire, elle pourrait être réalisée à deux, dans un processus dialogique élève- enseignant.
Presque en retrait, la tâche du maître sera de stimuler la curiosité par ses propres activités qu’il mène dans la classe : lui aussi il lit, il écrit ou peint et utilise des matières. En se laissant guider lui-même, il s’appuiera sur ses dons d’intuition, selon une inspiration comparable à la phase d’illumination des artistes (Ramirez, 2006). La perception joue également son rôle dans ce parcours, en tant que capacité des sens (le manas de la psychologie indienne), qui centralise et coordonne des actions qui se font dans l’esprit, telle la télépathie, la voyance, l'écoute, le pressentiment, etc. Toutes ces capacités font du maître l’éveilleur, tel le maître d’éveillance de Krishnamurti. Voir, observer, ne pas juger, mais favoriser l’éclosion de l’intérêt, la prédisposition vers une ou l’autre attitude, c’est sur tout cela que se fonde l’acte de « reconnaître » pour (se) révéler et s’ouvrir à soi-même et aux autres.

2) Résonner (…entendre avec l’oreille de l’autre)

La résonance est à entendre comme un phénomène non seulement physique (auditif), mais aussi intellectuel, émotif, qui envahit l’esprit et doit être accueilli dans tout l’être. C’est grâce à elle que le maître comprendra si l’activité choisie par l’élève est porteuse de joie. Cela implique qu’il soit, pour le dire avec les mots des professeurs du Libre progrès, « en présence» d’abord avec lui-même, qu’il sache comprendre en profondeur sa vérité pour entendre celle de l’autre, « entendre avec l’oreille de l’autre » . L’empathie, valeur sur laquelle se basent toutes les méthodes d’éducation pour la paix et la non-violence, est la clé pour comprendre ce que les autres vivent et établir des relations harmonieuses. Elle exige que l’on écoute de tout son être, y compris avec l’esprit, ce qui requiert un état de vacuité de toutes les facultés. Lorsque cet état est atteint, on parvient alors à saisir directement ce qui est là, devant soi, ce qui ne peut jamais être entendu par l’oreille ou compris par l’esprit. L’accord avec cette sensation provoque de la joie, une joie qui sort ici du champ des émotions pour s’acheminer vers le domaine de l’être, c’est la joie qui « se conçoit et se pratique dans le présent. (…) C’est une résonance, une éthique, la source de toute création… ».

3) Révéler

Une relation plus étroite pourra à ce moment s’établir avec l’élève, afin de comprendre si les activités vers lesquelles il se dirige sont révélatrices et porteuses de ce qu’il est, ce qu’il a à faire. C’est pour cette raison que l’étape précédente est fondamentale, car l’enseignant devra utiliser ici non seulement ses capacités de psychologue et pédagogue, mais en premier lieu celles de l’intuition. Ainsi il n’orientera pas l’élève vers des choix vécus souvent comme péremptoires et définitifs, mais il devinera sa curiosité vers tel ou tel sujet, en le stimulant pas des activités créatives. Dans la joie que la découverte de soi-même peut provoquer, il n’oubliera pas d’intégrer les succès mais aussi les difficultés de l’élève, à considérer non pas comme des échecs, mais comme des balises nécessaires dans le parcours éducatif. S’il n’y a pas de plaisir d’apprendre, pas de bonheur à faire ou à étudier, cela sera manifeste assez rapidement, et le maître pourra faire le point avec l’élève en cours de route. Si par contre ce que l’élève décide d’étudier est « en résonance » avec ses intérêts profonds, ce choix provoquera de la joie en lui et sera naturellement reconnu par le maître et ses pairs dans sa nature profonde. La joie émotion- guide n’est pas superficielle, elle n’est pas excitation, mais force apaisante.

4) Réveiller, éveiller

Pour que le maître retrouve son rôle d’éveilleur, son premier pas sera de s’éveiller à lui-même. En perpétuelle création, il sera « à la recherche de la Vérité, pas un Yogi parfait, mais un être à la recherche, qui ne se cache pas » comme l’affirment les enseignants d’Auroville. Dans cette éducation, les actes comptent autant que les manières d'être parce que « être éducateur, c'est finalement montrer le chemin par ce que l'on fait, ce que l'on est. » C’est se mettre, on pourrait ajouter, dans la posture humble de « celui qui sait qu’il ne sait pas » et qui (se) découvre, qui fait apprendre et apprend en même temps que les autres, tel Jacotot, « le Maître ignorant » de Jacques Rancière (1987). Loin d’être anodine, cette innovation implique au contraire un changement radical de posture qui peut bouleverser et transformer notre façon de concevoir l’école (mais aussi monde !).

L’objectif est de révéler la joie graduellement ; celle-ci doit être stimulée par des activités qui impliquent la participation de toutes les dimensions de l’être : dans le corps physique (par la relaxation et le mouvement en conscience), dans le mental (par la concentration, la stimulation de l’attention et l’imagination, la création) et dans l’esprit (l’ouverture du cœur, le silence mental, la méditation). C’est un chemin de découverte du Soi supérieur que l’éducation à la joie propose, correspondant davantage à la définition de la « spiritualité laïque » (Barbier, Comte Sponville), plutôt qu’à un choix religieux. Ce sera « une pratique de sagesse qui se passe de toute raison et s'accomplit dans l'art, le rire et le sacré », comme l’évoquent les magnifiques paroles de Nicolas Go, lors qu’il s’interroge sur la possibilité singulière de la joie. C’est la joie qui sort de la sphère des émotions et devient aspiration de l’être à l’union avec l’absolu.

Différente de la joie – émotion, la joie – état sera reconnue par sa durabilité ainsi que par son autonomie, la rendant indépendante des causes externes qui la déterminent. Il s’agit, pour maître et élève, de s’ouvrir à une dimension intérieure qui est plus ample que celle émotive, passagère et caduque, car elle contient le « tout», dans un processus d’éveil. But ultime de l’éducation, la joie de l’éveil est transcendance et immanence à la fois, elle devient trans-immanence. Elle est substantielle au vivant, au corps, à la matière, à la réalité, mais elle la traverse et va « au-delà » de la Nature et dépasse ses limites, en se reliant à une dimension bien plus ample, qui habite le corps et le transcende.

Guidés par l’approche transdisciplinaire, nous sommes arrivés ici à reconnaître la nature du sujet dans sa joyeuse essence, non fragmentée, Un avec le Tout. La joie retrouve finalement son sens d’origine, d’union entre les êtres, et entre l’être et la dimension de l’absolu. L’éducation aussi retrouve ici son sens perdu, elle « conduit », elle « nourrit », elle « tire en dehors », ce qu’il y a de mieux en nous. Appliquée par des processus participatifs dans les écoles, avec une implication responsable des parents autant que des enseignants, l’éducation à la joie aura la tâche de guider les enfants actuels et les générations futures dans la mise en lumière de ce qu’ils recèlent de plus précieux dans leur conscience, la joie de vivre pleinement la vie.

Bibliographie

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BARBIER René, « L'éducateur et le sacré» in Journal des chercheurs, 18 avril 2003 (http://www.barbier-rd.nom.fr/journal/article.php3?id_article=58 )

BARBIER René, « Flash existentiel et reliance » in Journal des chercheurs, 9 mars 2004 (http://www.barbier-rd.nom.fr/journal/article.php3?id_article=148 )

BOLLE DE BAL Marcel, "La reliance : connexions et sens", Connexions, n°33, 1981, éd. Épi

COMTE-SPONVILLE André, L’Esprit de l’athéisme. Introduction à une spiritualité sans Dieu, Editions Albin Michel, Paris, 2006

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EMMONS Robert, Merci ! Belfond Etranger - L'Esprit d'Ouverture, 2008

FILLIOZAT Isabelle, L'intelligence du coeur : Confiance en soi, créativité, aisance relationnelle, autonomie (Poche) Marabout, 1998

GO Nicolas, L’art de la joie. Essai sur la sagesse, Buchet Chastel, 2004

GOLEMAN Daniel, L'intelligence émotionnelle. Accepter ses émotions pour développer une intelligence nouvelle, J'ai lu, 1998

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KRISHNAMURTI Jiddu, Le sens du bonheur, Stock, Paris, 2006

MONOD-HERZEN G., BENEZECH J., L’école du libre progrès, Editions Plon, 1971

MORIN E., MOTTA R., CIURANA E-R., Éduquer pour l’ère planétaire. Editions Balland, Paris, 2003.

RAMIREZ Yolanda L’enseignement en tant qu’art dans le curriculum Waldorf Décembre 2006 : Sciences de l’éducation : Paris 8. Thèse en ligne sur le site : http://www.steiner-waldorf.org/index.html

RANCIERE Jacques, Le Maître ignorant. Cinq leçons sur l’émancipation intellectuelle, Fayard 1987 (réédition 10/18 Poche, 2004).

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SARTRE Jean-Paul, Esquisse d’une théorie des émotions LGF - Livre de Poche, 2000

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SNYDERS Georges, La joie à l’école, PUF, 1986

SPINOZA Baruch, Traité de la réforme de l’entendement, Vrin, 1992

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VEENHOVEN Ruut, Conditions of happiness, Reidel, Dordrecht, 1984

VERDIANI Antonella, L’éducation à la joie : un exemple d’éducation intégrale dans les écoles d’Auroville (Inde), Thèse de doctorat en sciences de l’éducation sous la direction de René Barbier, Université de Paris VIII, 2008

NOTE: 1 Titulaire d’un Doctorat et d’un Master en Sciences de l’éducation, ex-fonctionnaire à l’UNESCO, chercheuse universitaire, consultante et amie du Club de Budapest, Antonella Verdiani donne des formations transdisciplinaires d’éducation à la joie qui s’adressent à tous ceux qui sont dans le métier de la transmission. Elle prépare un livre sur le même sujet.
2 L’étymologie grecque et latine du mot crise nous renvoie aux concepts de « décision » et de « choix », soit à l'idée d'un moment charnière, où les choses se décident. Nous pouvons donc sortir de la crise et la dépasser, ou nous y enliser. On retrouve la même idée dans l'étymologie de l’équivalent chinois du mot « crise », « Wei Ji » qui signifie à la fois un danger et une opportunité, une situation paradoxale, mais qui permet de changements positifs. Dans ces sens, la crise revêt donc un potentiel de renouveau.
3 Comme l’affirme le professeur Basarab Nicolescu du CIRET, le Centre International de Recherches et Études Transdisciplinaires (http://basarab.nicolescu.perso.sfr.fr/ciret/), d’après les données de la National Science Foundation – NSF, agence gouvernementale indépendante des Etats-Unis, qui soutient financièrement la recherche scientifique fondamentale (http://www.nsf.gov/)
4 Yuj se traduit aussi par : véhicule, moyen, méthode ; soin, concentration d'esprit ; discipline, pratique du yoga, extase mystique (tiré de Huet Gérard, INRIA : http://sanskrit.inria.fr/)
5 De façon générale, il faut remarquer que la signification originale des mots est symboliquement et philosophiquement complète en elle-même car « reliée » à une connaissance du monde qui inclut toujours le sacré dans son anthropologie.
6 La « Base de données mondiale sur le bonheur » met au point l’indicateur du BNB ou «Bonheur National Brut».
7 Dans « La poursuite scientifique du bonheur » in Psychological Science (1995) et Scientific American (1996) où Diener et Myers indiquent les meilleurs indicateurs du bonheur : les traits de personnalité, les relations intimes et l'engagement religieux.
8 L’auteur décrypte dans ce livre les conditions de « l’expérience optimale », clef de l'épanouissement de l'individu, qui est caractérisée par « un état de flux, de mouvement et de concentration vers la réalisation de tâches qui mobilisent toutes les compétences. »
9 Kahneman croise des données subjectives (comme les sondages et les interviews) avec des indices objectifs (comme l'espérance de vie, le PIB ou la scolarisation dans les pays enquêtés).
10 Comme le démontre le fameux cas du Bhoutan qui, avec son «Bonheur National Brut et ses 1321 dollars par tête et par an, devance un nombre considérable de pays « avancés ». Dans Christophe Alix, « Les indices du bonheur », dans Libération, 14 juillet 2007.
11 Définie comme un mélange de sérotonine, noradrénalines et dopamines secrété par le cerveau.
12 Baruch Spinoza, Traité de la réforme de l’entendement, Vrin, 1992.
13 Par exemple : Gilles Deleuze, Robert Misrahi, Bruno Giuliani, Nicolas Go, …
14 Si Eros est usuellement connu comme l'amour dans sa dimension sexuelle, dans son acception plus large (Aristote, Plotin, etc.) il renvoie à un principe abstrait, au souffle qui favorise l’éclosion d’un monde ordonné, de Chaos à Cosmos, dans une dimension cosmique. Philia, est l’amitié, la solidarité dont parle Aristote. Agapé, est l’amour au sens de charité, la bienveillance, l’amour désintéressé.
15 Dans l’Evangile de Luc, nommé l’« Evangile de la joie ».
16 Georges Snyders, La joie à l’école, PUF, 1986.
17 Cahiers pédagogiques n°402 : « Des grandes œuvres pour tous », coordonné par Georges Snyders et Philippe Lecarme, Ed. Cercle de Recherche et d'Action Pédagogiques.
18 Matthieu Ricard, Plaidoyer pour le bonheur, Pocket Evolution, Nil éditions, Paris, 2003.
19 Sri Aurobindo, La vie divine, Sri Aurobindo Ashram, Pondichéry, 2005.
20 La Mère, in Education (http://www.sriaurobindoashram.com/)
21 C’est le but de l’éducation intégrale de la Mère, de l’anthroposophie de Steiner, objectif que l’on pourrait étendre aussi à la spiritualité laïque ou sans Dieu, dont nous parlent René Barbier (2006) et Comte-Sponville (2006).
22 Antonella Verdiani L’éducation à la joie : un exemple d’éducation intégrale dans les écoles d’Auroville (Inde), Thèse en sciences de l’éducation sous la direction de René Barbier, Université de Paris VIII, 2008.
23 Défini par ses habitants, un «laboratoire » d’humanité, soutenu depuis 1968 par le Gouvernement Indien et par l’UNESCO, Auroville «veut être une cité universelle où hommes et femmes de tous pays puissent vivre en paix et harmonie progressive au-dessus de toute croyance, de toute politique et de toute nationalité. Le but d'Auroville est de réaliser l'unité humaine » (http://www.auroville.org/ ). Cette cité compte aujourd’hui 2000 habitants environ, venant de 44 pays différents.
24 Selon les paroles de Mère. Dans G. Monod-Herzen, J. Benezech L’école du libre progrès, Editions Plon, 1971
25 Interview du 6 mars 2008 à C., enseignant à Auroville depuis 1975.
26 Sri Aurobindo, La synthèse des yogas, Sri Aurobindo Ashram Trust, Pondichéry, 1984.
27 Interview du 29 février 2006
28 L’Autre marche, une installation par Trinh T. Minh-ha et Jean-Paul Bourdier dans la rampe d’entrée du Musée du Quai Branly à Paris.
29 Dans cette posture, le fait de errare n’aura pas la signification de se tromper, mais d’expérimenter, d’« aller ça et là », à la recherche de nouvelles pistes.
30 Trinh T. Minh-ha et Jean-Paul Bourdier, ibidem.
31 Les expériences de philosophie dès l’école primaire existent, mais représentent encore des cas isolés. Ceci parce que la philosophie, comme toute autre matière qui stimulerait le questionnement existentiel (qui surgit très tôt dans l’enfance), reste l’apanage des classes terminales. En France par exemple, elle est absente des écoles primaires, ainsi que des collèges et des premières années du lycée et, dans les filières professionnelles, elle est encore l’objet d’expérimentation pédagogique (voir en : Alain Séré et Philippe Forstmann, L'enseignement de la philosophie en baccalauréat professionnel, Rapport au ministère de l’éducation nationale, avril 2007 http://media.education.gouv.fr/file/27/5/5275.pdf et aussi l’étude menée par l’UNESCO en 1998, La philosophie pour les enfants (http://unesdoc.unesco.org/images/0011/001161/116115mo.pdf)
32 Cependant il faut reconnaître à Joël de Rosnay le fait d’en avoir évoqué l’image dans une interview de 1996 donnée à la revue Vers l’Education Nouvelle, n°477-478, et où il était question d’éducation fractale. Le concept de fractale revient au mathématicien Benoît Mandelbrot qui décrit des structures à la forme irrégulière qui se créent en suivant des règles précises, par un processus homothétique. Un autre programme ayant utilisé l’image de la fractale est FractalKey, qui a été développé par Aurosoorya (www.aurosoorya.com et www.fractalkey.com ) en partant de la vision philosophique intégrale.
33 Nicolas Go, L’art de la joie. Essai sur la sagesse, Buchet Chastel, 2004.
34 Ce qui est ici proposé semble difficilement réalisable dans les classes surpeuplées de nos écoles publiques parce que basé sur l’établissement d’une relation quasi interpersonnelle entre maître et élève. Cependant ceci est à prendre comme un exemple de relation possible vers laquelle il faudrait tendre, reposant essentiellement sur une posture à adopter, indépendamment de la taille de la classe.
35 D’après les observations de la recherche menée dans les classes d’Auroville, par A. Verdiani, op. cit.
36 Morin E., Motta R., Ciurana E-R. Eduquer pour l’ère planétaire. Editions Balland, Paris, 2003
37 « Jamais l'on n'a entrepris d'entraîner le sixième sens chez l'homme. Dans les temps futurs, il aura indubitablement sa place dans la nécessaire formation préliminaire à impartir à l’instrument humain. » Dans Sri Aurobindo On education Sri Aurobindo Ashram Trust, Pondichéry, 1990
38 Trinh T. Minh-ha et Jean-Paul Bourdier, op.cit.
39 Nicolas Go, op. cit.
40 Jeanne Mallet, Ethique et éducation, Aix, Omega Formation, 2003
41 Des activités spécifiques, dont la liste est trop longue dans cet article, ont été identifiées et sont disponibles dans la formation d’Education à la joie dispensée par l’auteure de cet article.
42 Ce qui rappelle le terme d’« immanensité » du poète Jules Laforgue, cité à son tour par Comte-Sponville à propos de l’expérience de l’immanence et de l’immensité.

 

Éduquer à la Joie©


Educare alla GIOIA
Corso di formazione per insegnanti, educatori e genitori

Il corso, articolato su 3 giorni, ha come obiettivo di aiutare insegnanti, genitori e tutti coloro che sono nel mestiere della trasmissione di conoscenza e di savoir-faire, ad orientarsi nella ricerca di soluzioni pratiche ad adottare al quotidiano con i bambini ed i ragazzi, per meglio accompagnarli nel loro cammino di evoluzione.

A partire da un condivisione delle esperienze dei partecipanti, la
formazione fornirà delle nozioni teoriche, delle informazioni e
soprattutto degli esercizi da proporre a scuola e a casa per vivere
l'attuale momento di cambiamento nella prospettiva della Gioia di
vivere, compito dell'educazione.

Struttura del corso (suscettibile di modifiche) :

Giorno 1 :
Educare alla Gioia (presentazione dei 3 giorni)

Condivisione delle esperienze dei partecipanti
Motivazioni, aspettative, obbiettivi
Concetti di riferimento : la Gioia, cos’é ? (definizioni)
L’approccio dell’educazione integrale
Dalla gioia – emozione alla Gioia- stato : un percorso educativo
Esercizi: vivere la Gioia
L’importanza della Gioia nel processo di apprendimento
Pedagogia frattale (elementi di metodologia)
Chiusura della giornata (condivisione)

Giorno 2 :
Le 4 tappe dell’educazione alla Gioia : le 4 R, riconoscere,
risuonare, rivelare, risvegliare

1.Riconoscere (osservare, lasciare emergere, riconoscersi)
Come riconoscere l’allievo/il figlio, i suoi interessi, le sue
passioni, le sue speranze (esploreremo gli strumenti di conoscenza di
cui disponiamo oggi, cio’ che funziona, cio’ che potremmo inventare)
Esercizi
Condivisione
2. Risuonare (« sentire con l’orecchio dell’altro »)
Come riconoscere se le attività scelte dall’allievo/ il figlio sont
fonte di Gioia per lui ? ( essere in risonanza prima di tutto con se
stessi, per l’adulto ed il giovane)
Esercizi
Condivisione
Chiusura della giornata

Giorno 3 :
Rivelare per svegliare la Gioia integrale

3. Rivelare
I mezzi a disposizione in questo processo educativo (conoscenza,
comprensione, empatia, ma anche intuito, chiaroveggenza,...) : come e
quando utilizzarli ?
Esercizi
Condivisione
4.Risvegliare (« il Maestro di risveglio »)
La postura dell’adulto : come passare da colui che sa a colui « che sa
che non sa » ?
Esercizi
Condivisione
La Gioia integrale (corpo, anima, spirito)
Condivisione finale e chiusura del seminario

Il presente modulo è flessibile e richiede una partecipazioe attiva
degli iscritti (il metodo è interattivo e terrà conto della loro
esperienza educativa, come insegnanti o genitori)

Costo del seminario: su domanda e secondo il numero degli iscritti
(al di là delle 10 persone, lo stage sara animato da due
formatori).

Per maggiori informazioni :
Antonella Verdiani
email:  antonellaverdiani@gmail.com
cellulare Italia: 0039 345 8419302
cellulare Francia: 0033 6 75209335
Sito web: http://www.educationalajoie.com/

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Cours de formation pour enseignants, 
éducateurs et parents

Le cours, sur 3 jours, a pour objectif d'aider enseignants, parents et tous ceux qui sont dans le métier de la transmission de la connaissance et du savoir-faire, à s'orienter dans la recherche de solutions concrètes à adopter au quotidien avec les enfants et les jeunes. A partir du partage des expériences des participants, la formation offrira des notions théoriques et des informations pratiques, mais surtout des exercices à proposer à l'école et à la maison pour vivre l'actuel moment de changement dans la perspective de la Joie de vivre, véritable tâche de l'éducation.

Déroulé du cours (susceptible de modification) :

Jour 1 :
Éduquer à la joie (présentation des 3 jours)
Mise en commun des expériences des participants
Motivations, attentes, objectifs
Cadre conceptuel de référence : la Joie, c’est quoi ? (définitions)
L’approche de l’éducation intégrale
De la joie - émotion à la Joie - état : un parcours éducatif
Exercices : vivre la Joie
L’importance de la Joie dans le processus d’apprentissage
Pédagogie fractale (éléments de méthodologie)
Clôture de la journée (partage)  
Jour 2 :
Les 4 étapes de l’éducation à la Joie : les 4R, reconnaître, résonner, révéler, réveiller
1. Reconnaître (observer, laisser venir, se reconnaître)
Comment reconnaître l’élève/le jeune, ses intérêts, ses passions, ses espoirs (on explorera les outils de connaissance à disposition des praticiens aujourd’hui, ce qui marche, ce que l’on pourrait créer de nouveau)
Exercices
Mise en commun
2. Résonner (« entendre avec l’oreille de l’autre »)
Comment reconnaître si les activités choisies par l’élève/le jeune sont source de joie en lui (être en résonance d’abord avec soi-même, pour l’adulte et le jeune).
Exercices
Mise en commun
Clôture de la journée (partage) 
 
Jour 3 :
Révéler pour éveiller à la Joie intégrale
3. Révéler
Les moyens à disposition dans ce processus (connaissance, compréhension, écoute empathique mais aussi intuition, clairvoyance) : comment et quand les utiliser ?
Exercices
Mise en commun
4. Réveiller (le « maître d’éveillance »)
La posture de l’adulte : comment passer de celui qui sait tout à celui « qui sait qu’il ne sait pas » ?
Exercices
Mise en commun
La Joie intégrale (corps, âme et esprit)
Partage final et clôture du séminaire
 
Le module est flexible et une participation active des inscrits est demandée (le séminaire est interactif et tient en compte de leur expérience éducative soit en tant que parents que enseignants ou éducateurs).
 
Coût du séminaire : entre 250 et 300 euros selon le nombre d’inscrits (au-delà de 10 personnes, le stage sera conduit par deux intervenants).     
Pour commander le cours écrire ou téléphoner à :
Antonella Verdiani