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Educare alla Gioia
di Antonella
Verdiani
www.educationalajoie.com
vai al testo in francese
1.
Un “non senso” in un
mondo in crisi: la gioia
La crisi che il mondo sta
attraversando è analizzata al quotidiano da esperti e
specialisti in ogni disciplina: dai clashes economici
all’inquinamento ambientale passando dalla perdita di
valori etici, siamo oggi super informati,
aggrediti e spesso oppressi dalla massa di dati, teorie
e predizioni, di prefenza catastrofiche, che gli
scienziati producono per allertare la specie umana e il
suo pianeta. La ragione direbbe che è giunto il momento
per gli esseri umani di rifugiarsi sotto terra, di
ammassare riserve di cibo nei bunkers o magari di
prepararsi ad una evacuazione di massa verso altri
pianeti ... Cio’ che propongo qui è invece di
non cedere alla visione
pessimistica, di non seguire unicamente la voce della
ragione scientifica (seppur necessaria), ma con un vero
capovolgimento di logica, di cogliere l’opportunità
che ci offerta dalla crisi per integrare nella nostra
vita un valore che sembra essere dimenticato dagli
umani, quello della gioia.
In
questo viaggio della speranza, l'educazione può svolgere
un ruolo fondamentale a condizione che si riappropri del
suo ruolo nell’evoluzione della specie, quello
d’iniziatrice.
La scuola va male, e le riforme ministeriali che si
succedono una dopo l'altra nei nostri paesi occidentali,
sembrano impermeabili a qualsiasi innovazione che tenga
conto della dimensione esistenziale degli individui
(studenti e insegnanti), negligenza che potrebbe
essere considerata come una delle molte ragioni
dell’attuale disagio. Vi è poi la crescente
frammentazione della conoscenza in miriadi di
discipline: da 50 specializzazioni nel 1950, siamo
arrivati a 8000 nel 2000.
In queste “torri di
Babele” che sono diventate oggi le nostre scuole ed
università, gli studenti sono abituati a concentrare
tutta la loro attenzione sulle discipline che studiano
la realtà attraverso una lente d’ingrandimento,
analizzandola da diverse angolazioni. A forza di
focalizzare la mente su degli aspetti separati della
realtà, gli studenti imparano ad interpretarla come un
insieme di pezzi di un puzzle non ricomposto, una realtà
“destrutturata”. L'università in particolare, si dirige
verso una frammentazione del sapere, un sapere che
diventa sempre più “esoterico ed anonimo”.
Alla divisione disciplinare corrisponde la pericolosa
frammentazione dell'essere umano e la sua malattia
(mal-essere): cio’ avviene quando il corpo diventa
separato dalle emozioni, le quali sono separate dalla
mente, che a sua volta è separata dallo spirito... La
conseguenza più immediata ed evidente nel campo
dell’educazione risiede nella perdita della gioia
d’imparare, di trasmettere la conoscenza, e più in
esteso, nella gioia di vivere.
La mia tesi è che
l’educazione può riportare gli esseri umani a questo
stato di gioia naturale, che è la vera essenza
dell'essere. Educare alla gioia è possibile, gli
esempi esistono e sono riproducibili. In questo articolo
in particolare, parleremo dell’esempio dell’educazione
integrale. Ma, prima di tutto, di che tipo di gioia
stiamo parlando?
2. Gioia e felicità
Nel linguaggio comune, la gioia è
associata ad un'emozione, uno stato passeggero. Tuttavia
il suo significato originario è tutt'altro che effimero,
dato che la sua lontana etimologia sanscrita rinvia al
termine di yuj (lo stesso da cui deriva la parola
yoga), generalmente tradotto come “unione
dell’anima individuale con lo spirito universale”.
C'è qui un senso di connessione tra il terreno e il
celeste, dell’uomo con il divino e degli gli uomini tra
loro; una dimensione sacra della gioia che si è persa
nel tempo, soprattutto nella cultura occidentale. Appena
il legame viene ripristinato, la gioia investe
indirettamente tutti gli aspetti della vita (perché
“contribuisce” ad essi) e ci riporta al concetto di
gioia di vivere come sentimento edificante avvertito da
tutta la coscienza, tutte le dimensioni dell’essere.
Da una semplice emozione, essa si trasforma quindi in
sentimento, in stato; diventa una manifestazione della
reliance
dell'anima individuale con una dimensione superiore.
In questo modo, la gioia invade tutto l'essere e
connette “l’alto” con “il basso”, lo spazio interno e
quello esterno, il soggetto e l’oggetto, l’individuo e
gli altri.
Una distinzione semantica tra
gioia e felicità (concetti spesso confusi) è necessaria
a questo punto per procedere oltre nell’esplorazione del
nostro territorio, quello dell'educazione. La parola
felicità è oggi per lo più associata al concetto di
benessere e più spesso ancora, ad uno stato di benessere
materiale. Ci discostiamo in questo modo dal nostro
obiettivo che non è quello d’identificare l'educazione
come un percorso verso un destino favorevole in termini
di ricchezza, ma piuttosto come un percorso d’evoluzione
dell’essere verso uno stato di completezza, dove la
gioia recupera tutta la sua dimensione filosofica,
ontologica.
Come si è visto, la
felicità intesa come benessere è molto alla moda oggi.
Negli ultimi dieci anni, le ricerche sul tema della
felicità hanno stimolato teorie e dibattiti in tutti i
settori, dalla salute all'economia alle scienze
sociali, di cui le scienze dell'educazione fanno parte.
Nell’ambito della
psicologia moderna in particolare, la ricerca sul tema
della felicità prende una svolta decisiva a partire
dagli anni '80. Per citare qualche nome tra i più
conosciuti, Veenhoven, per esempio pubblica nel 1984 il
World Database of Happiness, in cui misura il
grado di felicità esistente nei paesi secondo una scala
d’indicatori internazionali (121 casi in 32 paesi).
Nello stesso periodo, un
altro famoso psicologo, Diener, stabilisce delle
correlazioni tra il benessere e i progressi teorici
realizzati dagli individui.
Poco più tardi, Csikszentmihalyi si avventura ancora
oltre nella riflessione allorché definisce la felicità
come uno stato indipendente dalle condizioni esterne, ma
dipendente “piuttosto da come esse vengono
interpretate”, in quanto derivano dalla propensione
degli individui verso gli interessi materiali e/o
immateriali.
Lungi dall’essere esauriente, è pero’ importante citare
in questa sede anche il premio Nobel per l'economia
Daniel Kahneman che, con il suo concetto di audit
del benessere nazionale,ha
avuto per primo il merito di avvicinare la psicologia
all’economia. Ciò che la
sua classificazione mette in luce e che c’interessa in
questo contesto, è il gap esistente tra i risultati
delle misure del benessere e quelle della performance
economica, da cui si evince che il benessere materiale
incide molto poco nella percezione della felicità.
2.1.
Neuroscienze e filosofia
La ricerca sul tema della
felicità ama associare diverse discipline e teorie,
l’abbiamo visto: tale è il caso anche delle scienze
"cognitive - emotive" che in questo campo s’incrociano
con la filosofia.
Tra queste, la teoria dei due cervelli
che afferma che le emozioni e le sensazioni di gioia, di
amore e compassione sono localizzate in una determinata
area della neocorteccia, la stessa che viene stimolata
nello stato di meditazione
profonda. Questa
scoperta è fondamentale per coloro che, come noi,
sperimentano nuove pratiche educative: ne concludiamo
che, aprendosi ad un altro livello di realtà, è
possibile quindi accedere ad uno stato di profonda pace
che può essere raggiunto per esempio attraverso metodi
di educazione alla non violenza.
La gioia e l'attitudine alla pace scaturiscono dunque
dalla stessa fonte nell’essere?
I
neuropsicologi
Beauregard e Damasio, tentano di rispondere a questa
domanda in particolare attraverso l'osservazione degli
stati e delle emozioni più complesse, come la trance
mistica o l’esperienza della compassione, ed arrivano a
delle conclusioni che li demarcano dai loro
predecessori. Per
Beauregard (che si basa su di un test effettuato su
delle monache carmelitane in stato di meditazione),
infatti non esiste una regione specifica del cervello
che si attiva nel corso dell’esperienza mistica.
In altre parole, non c'è un “modulo di Dio” nel
cervello.
Ai fini di questo
articolo ci pare importante ritenere la conclusione di
ordine più filosofico (che si potrebbe definire
d’immanentismo spinoziano) a cui arriva Damasio:
data la capacità dell’essere umano di produrre, pensare
e agire sulle sue emozioni, è dall’incontro tra emozioni
e cervello razionale che scaturisce la coscienza.
3.
I filosofi della gioia:
da Spinoza a Sri Aurobindo
”L'amore che tende verso una cosa
eterna e infinita, nutre l'anima di pura gioia, una
gioia esente da tristezza”,
dice Spinoza (1632 - 1677), il cui chiaro pensiero
continua ad ispirare i filosofi moderni.
Per lui, la filosofia è l'amore della verità e l'amore è
la verità della gioia : il suo scopo consiste nella
creazione di un’etica della felicità e della libertà.
Spinoza conferisce alla gioia un posto centrale, come
transizione da uno stato di minore perfezione ad una
perfezione superiore, legato alla realizzazione del
desiderio (conatus), la condizione di potere e
forza dell’uomo. Nella sua Etica egli qualifica
la gioia di affetto (sentimento o passione che pervade
tutto il corpo, oggetto dello Spirito), di transitio
(perché è instabile, in divenire) e d’Amore (una gioia
non amante sarebbe una gioia
ignorante). Si tratta, come afferma, “di tutto amare
nell’eterna necessità del tutto che è Dio,” secondo
un'etica dell’amore che non è l'eros di Platone,
ma piuttosto la philia
di Aristotele o Epicuro,
l'agapè di Gesù o di San Paolo. Questo concetto
ci orienta verso le tradizioni spirituali e religiose
dell'umanità, demarcandosi pero’ dal loro carattere
trascendentale. Per il cristianesimo in
particolare la gioia è uno stato di risveglio che potrà
essere raggiunto solo in una dimensione non terrestre,
nel “Regno della Gioia” dove l'eterna alleanza tra Dio e
l'uomo è ripristinata.
Essa conferisce potere
ad una realtà "superiore", mentre secondo la visione
immanente, tutta la realtà è generata dalla Natura.
Ugualmente in contrasto con la
visione trascendente, l'ideologia materialista ridà
all'uomo tutta la sua libertà d'azione.
Dal
punto di vista dell’educazione laica, positivista, la
gioia deriva principalmente dalla libertà di imparare
(fondamento della corrente educativa francese
dell’Education Nouvelle o della pedagogia Montessoriana,
per esempio) dove il bambino è libero di agire, creare,
osservare e capire confrontandosi con gli altri. Il
principio della libertà ha ugualmente influenzato uno
dei pochi educatori contemporanei ad aver lavorato sulla
questione della gioia a scuola, George Snyders, che
basa il suo approccio su una visione marxista. Per lui,
la scuola è il teatro del cambiamento sociale, il luogo
della gioia “proporzionale agli sforzi e agli obblighi”.
Per studiare i capolavori letterari o scientifici,
“dobbiamo soffrire, resistere”
; attraverso questo sacrificio, gli studenti scopriranno
la gioia nell’amore per lo stile e potranno quindi
contribuire al progresso dell'umanità. §
3.1. Ananda, la gioia divina
L’esplorazione condotta fin qui
ha tenuto conto
principalmente della visione filosofica occidentale.
In quella orientale, non-dualistica, la
separazione tra l'essere e il cosmo non è avvenuta, ed
il legame con la totalità della realtà persiste.
Nell’intento di
stabilire un ponte tra spiritualità ed educazione, il
filosofo indiano Sri Aurobindo (1872 - 1950) è un
riferimento essenziale. Il suo concetto di educazione
integrale è nato dall'esperienza dello yoga integrale,
il Purna Yoga, che si basa a sua volta sul
concetto dell’ananda, la gioia divina.
In sanscrito, la parola ananda
designa la gioia e l’irradiamento di soukham , lo
stato di benessere interiore, l'esperienza spirituale
più alta "(...) che illumina di felicità il momento
presente e si perpetua nel momento successivo fino
a
formare un continuum che si potrebbe definire joie de
vivre.
E’ il Sat-Chit-Ananda,
il continuum “esistenza - coscienza – beatitudine”, la
“felicità del divenire”, espressione perfetta di Lila,
il “Gioco del Signore”.
Soggiacente alla natura umana, nella vita di tutti i
giorni questa verità ci è nascosta; tutto il lavoro
dello studente consiste quindi nell’imparare a vivere
“dentro” per diventare consapevole della presenza calma,
gioiosa e potente che “in noi è il nostro io più reale”.
Educatore innanzi tutto, Sri Aurobindo identifica nella
frequentazione dell'Arte e della Poesia un modo per
avvicinarsi a questa “delizia invariabile dell'universo”
che è il vero gusto dell’esistenza. La libertà
definitiva sarà acquisita con il confronto a “tutti gli
shock dell’esistenza” e non attraverso l’isolamento o la
rinuncia passiva. Quando, a contatto con il piacere e il
dolore, l'anima avrà una reazione “neutra”, allora
significherà che è avviata verso uno stato di estasi
invariabile, la gioia divina.
La discesa della spiritualità nella materia è il senso
dello yoga integrale e sarà Mirra Alphassa, nota come
“la Madre” (1878 - 1973), che avrà il compito di
continuare l'opera di Sri Aurobindo, traducendola in
pratiche educative nella scuola dell’Ashram di
Pondicherry, in India.
Nel suo yoga, essa descrive la gioia come immanente e
trascendente al tempo stesso, intrinsecamente legata
alla natura umana, dal momento che “tutta l'esistenza si
basa sulla gioia di essere e che senza la gioia di
essere non ci sarebbe la vita.”
Qui la dimensione superiore (trascendente) fa parte
dell'essere nella sua natura fondamentale. Essa è
presente in tutto cio’ che vive (immanente) e di
conseguenza diventa accessibile a tutti attraverso un
processo di educazione costante. Collegarsi a questa
trascendenza gioiosa è possibile senza che cio’ implichi
necessariamente l'adesione ad un percorso religioso o
dogmatico.
Riconoscere la gioia
nella sua duplice natura di emozione e di stato, questo
è il compito dell’insegnante.
4.
Educare alla Gioia
Delle esperienze d’educazione
felici esistono ovunque e alla portata di tutti,
occidentali ed orientali, ma è stato per me necessario
varcare i confini dell'Occidente, per trovare il
significato originale sul quale la visione educativa non
– dualista si fonda. Mi limito in questo documento ad un
esempio (tra molti altrettanto efficaci) che potrebbe
rappresentare un tentativo di risposta alla possibilità
dell’éducazione alla gioia. Il postulato di base di
questa ricerca è che l'approccio integrale,
transdisciplinare, rappresenta una delle poche vie
d’uscita possibili. Il
caso studiato dalla ricerca che ho condotto in India dal
2006 al 2008
è quello della pedagogia del “Free Progress” (il “Libero
Progresso”), praticata da decenni nella scuola dello “Sri
Aurobindo International Education Center” (SAICE)
a Pondicherry e riadattato nella sua versione moderna al
contesto multiculturale delle scuole di
Auroville.
Il “Free Progress” è considerato una delle più originali
pedagogie dal punto di vista della sperimentazione, e si
basa sui seguenti principi:
- l'educazione ha il compito di guidare l'individuo
nell’esplorazione di sé stesso e di ciò che nasconde nel
più profondo della sua coscienza;
- lo sviluppo della coscienza è la condizione necessaria
all'umanità per attraversare l’attuale crisi nata da uno
squilibrio tra un progresso materiale sproporzionato e
un progresso spirituale insufficiente;
- la questione più importante riguardante l'esistenza
umana è filosofica ed ontologica, e riguarda cioé il
fine ultimo della vita dell'individuo.
Nel tentativo di rispondere a
quest’ultima questione, l’approccio educativo qui avanti
descritto si propone di sviluppare tutte le dimensioni e
tutti gli aspetti della persona : il fisico, il vitale,
il mentale, l’emozionale e lo spirituale, ed è quindi
“integrale”.
4.1. Il
“Free Progress”
Nel 1960, il SAICE,
la scuola dell’Ashram realizza un’esperienza pedagogica
libera da programmi e daesami, con l’obbiettivo di
“rendere gli studenti felici”:
nasce cosi’ il
“Free Progress”:
è libero, dato che gli studenti possono orientarsi
liberamente verso le loro preferenze mentre
progrediscono verso
la massima espressione del loro potenziale.
Le materie di studio
sono infatti selezionate sulla base dei loro interessi
principali, mentre l'insegnante ha il compito di
guidarli ed illuminarli su di un punto o su un altro,
rivestendo cosi’ la figura di “colui che dissipa le
tenebre” (in sanscrito il “Guru”), in una
posizione distante e presente allo stesso tempo. Nella
tradizionale scuola dell’Ashram, oggi il Free Progress è
disponibile solo per gli studenti del liceo, mentre in
alcune scuole d’Auroville, esso è sperimentato fin dal
livello elementare. Questa indagine mi ha portato a
constatare gli effetti spettacolari di tale pedagogia
sugli studenti di ogni età: quanto prima sono lasciati
liberi di muoversi verso i loro interessi, tanto meglio
essi sono in grado di formarsi una personalità sicura,
curiosa ed aperta al mondo. “La libertà, significa
scelta. La scelta, significa che tutto è proposto e che
lo studente sceglie ciò di cui la sua natura ha bisogno
per progredire."
Pertanto, non è necessario in questo contesto che
l'insegnante o l’adulto “pre - guidi lo studente o lo
obblighi ad uniformarsi ad un curriculum che non gli si
confà” come affermava Sri Aurobindo.
L'elemento comune in queste scuole dove “fa del bene
andare” è il benessere e la gioia leggibile dalla luce
che emana dagli occhi dei giovani. Le numerose
testimonianze di studenti e docenti concordano: “la
cultura di questa educazione è quella di aiutare il
bambino a dirigersi verso la gioia di imparare.
Siamo lontani dalle punizioni, o dal desiderio di
ottenere buoni voti, o di primeggiare sui compagni di
classe. Qui si tratta di
imparare per la gioia di imparare.”
Sulla base delle osservazioni comportamentali realizzate
dalla ricerca, possiamo dunque affermare che il
Free Progress è una
percorso di educazione alla gioia sia per lo studente
che l'insegnante. Delle domande sorgono a questo punto:
è possibile raggiungere tale obiettivo nelle nostre
scuole? E se la risposta è sì, come?
Qual è l'atteggiamento
da assumere nel rapporto tra insegnante e studente, base
e fondamento di ogni pedagogia?
5.
Piste d’innovazione
pedagogica
Alcune indicazioni preliminari
sono necessarie a questo punto prima d’intraprendere
qualsiasi iniziativa. La prima è quella che definisce il
percorso pedagogico come un’esperienza dell’indefinito e
dell'infinito, “l’entrata in sé dei doni dell’universo
che riceviamo”,
in un cammino che non è predeterminato e fisso, ma
implica la possibilità dell’errore,
poiché si tratta ancora e sempre di integrare
l’incertezza e la complessità, di accedere al “sapere
attraverso il non-sapere”.
La
partecipazione del soggetto, inteso come binomio
insegnante/”insegnato”,
maestro/allievo, è il fondamento di questa metodologia
transdisciplinare in cui entrambi sono coinvolti nella
ricerca della conoscenza, partendo dal presupposto che:
-
nulla può essere insegnato (l'insegnante è una guida,
impara con i suoi allievi);
-
lo studente non è un contenitore da riempire, ma ha i
propri interessi, le proprie orientazioni, che non
richiedono altro che essere riconosciute e valorizzate a
qualsiasi età;
-
la dimensione spirituale,
alla
stessa stregua di quelle intellettuale e fisica, ha il
suo posto nel processo educativo e dev’essere integrata
in un processo che va al di là delle religioni. Ciò
significa prendere in considerazione le questioni
esistenziali che sono poste dagli studenti, anche dai
più piccoli;
-
il tempo, con i suoi ritmi, ha un valore
educativo in sé, e a scuola la lentezza è ammessa alla
stessa stregua che la rapidità.
Questo, naturalmente, ci conduce
verso l'adozione di una pedagogia che si puo’ definire
in modo inedito,
di “frattale”, basata quindi su un nuovo concetto
dell’educazione e del processo di apprendimento. Per
quanto riguarda l'apprendimento, in particolare, nella
pedagogia frattale esso non è più identificato come una
successione di tappe lineari e rigide, ma come un
sistema completo in sé, che segue un movimento
flessibile e concentrico, a spirale.
In questo metodo
l'insegnante presenterà allo studente una panoramica
d’insieme della materia al fine di misurarne tutta la
ricchezza e complessità, e di stabilire una connessione
con il resto delle discipline esistenti.
Dopo la visione
d’insieme, lo studente potrà continuare ad approfondire
il suo campo d’interessi attraverso dei moduli
specifici, connessi tra di loro, in un programma fatto
su misura per lui (proposto da lui stesso). Perché tale
pedagogia sia "frattale", questi elementi dovranno
riflettere l'intero programma, così come la visione
olografica (in cui il dettaglio contiene la visione
d’insieme) lo propone (si veda l’immagine seguente).

Immagine di frattale
5.1.
La gioia, "emozione -
guida"
Che
succede alla gioia in questo cammino, possiamo chiederci
a questo punto? Come la luce che illumina la strada da
percorrere, la gioia diventa una “emozione- guida”.
Sebbene effimera,
l’emozione puo’ aiutarci ad avanzare in questo processo
educativo, a condizione tuttavia che le venga lasciato
lo spazio necessario. In cio’ risiede il primo compito
dell’insegnante, dare spazio alle emozioni, un compito
che potrà realizzare seguendo il filo della gioia in sé,
riconoscendola tra le molteplici e multicolori
espressioni del proprio capitale emotivo.
Tuttavia, secondo la visione “integrale” la gioia
contiene anche la sofferenza: è "fondatrice",
"autonoma", "paradossale", come afferma il filosofo
Nicolas Go, capace di sorgere dal niente, anche nelle
situazioni drammatiche.
Di fatto, “il gioioso non è essenzialmente l’esuberante
né l’entusiasta, ma colui che non deroga alla gioia
nella pena e nel dolore, compreso e soprattutto nel
cuore stesso della barbarie “.
Potremmo quindi adesso immaginare
un percorso pedagogico ideale,
che faccia della presenza della “gioia – emozione” il
punto di partenza per arrivare alla “gioia – stato
dell’essere”. Il momento centrale di questo processo è
la relazione tra maestro e allievo - che, basata sul
rispetto reciproco, si sviluppa in quattro fasi
principali:
1.
Riconoscere
2.
Risuonare
3.
Rivelare
4.
Risvegliare, risvegliarsi (la Gioia come
consapevolezza).
1) Riconoscere per rivelare
(“l’entrata in sé apre all'altro”)
L’emozione produce movimento
interno, base di partenza per l’accettazione del
cambiamento. Perché questo avvenga, dobbiamo ritornare
alla scuola dell’intelligenza emotiva,
a quella dell'intelligenza del cuore,
il cuore essendo luogo e spazio in cui il legame con la
gioia puo’ essere ristabilito.
Innanzi tutto, dovremo
riconoscere l’esistenza ed il ruolo “fluidificante”
della “gioia – emozione” nel processo di apprendimento,
perché essa influisce sulla capacità dello studente a
memorizzare, conservare le informazioni, concentrarsi e
focalizzare l'attenzione.
Tanto per il maestro
quanto per lo studente, si tratterà di riconoscerla
dapprima in sé: per il maestro sarà la gioia di
insegnare, di trasmettere. Questo ci ricorda
l’indispensabile ruolo dell’eros nell’educazione,
eros come insieme di desideri, piacere di
trasmettere e amore della conoscenza agli allievi,
attraverso il quale è possibile “superare il godimento
che si attacca al potere, a favore del godimento che si
relaziona al dono” come dice Edgar Morin.
Si potrà “riconoscere” la gioia
negli studenti, allorché ad esempio saranno in contatto
con l'Arte (Sri Aurobindo, Snyder, Nicolas Go, ecc.);
con la creazione della propria opera, il loro
“capolavoro” (Steiner); con la natura (Ecole Nouvelle,
costruttivismo, ecc.). O quando saranno profondamente
toccati dall’emozione della condivisione con gli altri
(educazione alla pace, prevenzione dei conflitti). Nella
triangolazione tra attitudine, conoscenza della materia
e disciplina, l'insegnante adotterà una postura
esistenziale, transpersonale, che appartiene all’ambito
“dell'arte, e forse la supera, più che alla scienza”.
In questa fase iniziale, verranno riconosciute le
attitudini interne di ogni allievo, le sue preferenze,
passioni, difficoltà, i suoi errori, e si eviterà di
procedere a valutazioni che lo stringono tra griglie di
riferimento o giudizi.
Si
tratta dapprima di “riconoscere” per imparare a
“conoscere”: i progressi nell’apprendimento si
riveleranno gradualmente durante il processo educativo
e, nei casi necessari, la valutazione (senza i voti!)
verrà realizzata dalle due parti, in una relazione
dialogica studente - insegnante.
Quasi in secondo piano, l’insegnante avrà il compito di
stimolare negli allievi, soprattutto delle classi
elementari, la curiosità attraverso le sue proprie
attività che si svolgeranno in classe: si troverà quindi
anche lui a leggere, scrivere, dipingere o utilizzare
materiali vari. Lasciandosi lui stesso guidare,
dovrà fare affidamento alle sue doti d’intuizione,
seguendo un’ispirazione comparabile solo alla fase di
illuminazione degli artisti.
In questo percorso, anche la percezione svolgerà un
ruolo importante in quanto sarà la capacità dei sensi (i
manas della psicologia indiana), che centralizza
e coordina le azioni che si svolgono nella psiche, come
la telepatia, la chiaroveggenza, il presentimento, ecc.
Tutte queste capacità concorrono a che il maestro
diventi “colui che risveglia”, per riprendere
l’espressione di Krishnamurti.
Vedere, osservare, non giudicare, ma favorire la
scoperta di nuovi interessi o predisposizioni, è su
tutto cio’ che si fonda l'atto di “riconoscere” per
rivelare, rivelarsi a se stessi e aprirsi agli altri.
2) Risuonare (“ascoltare con
l'orecchio dell’altro”)
La “risonanza” va intesa come un fenomeno non solo
fisico (uditivo), ma anche intellettuale, emotivo, che
invade cuore, mente e spirito, e che quindi va accolta
in tutto l'essere. Grazie ad essa l'insegnante
capirà se l'attività prescelta dello studente è
portatrice di gioia.
Ciò implica che, come lo affermano i professori del Free
Progress, egli sia in “presenza”prima di tutto di sé
stesso, che sia in grado di comprendere appieno la
propria verità per poter intendere quella altrui, di
“ascoltare con l'orecchio dell’altro.”
L’empatia, valore sul quale si basano tutti i
metodi di educazione alla pace e alla non-violenza, è la
chiave per comprendere ciò che gli altri sperimentano e
vivono, e per stabilire relazioni armoniose.
L’empatia esige che si
ascolti con tutto il proprio essere, compreso lo
spirito, condizione che richiede uno stato di vacuità di
tutte le facoltà. Quando questa è raggiunta, allora si
riesce a cogliere direttamente tutto ciò che ci si
presenta davanti, attraverso un processo che non passa
dalla comprensione uditiva o intellettuale, ma va ben al
di là. Cio’ sarà causa di gioia, una gioia che
esce qui dal dominio delle emozioni per dirigersi verso
il regno dell'essere, che “è concepita e praticata nel
presente. (...) È una risonanza, un'etica, la fonte di
tutto il creato ... “.
3) Rivelare
A
partire dal momento in cui viene stabilita una relazione
stretta con lo studente, si potrà capire se le attività
verso cui si dirige sono fautrici e rivelatrici di ciò
che egli realmente è, di ciò che ha da compiere. E’ per
questo motivo che il passo precedente è fondamentale:
poiché l'insegnante dovrà utilizzare qui non solo le sue
qualità psicologiche o pedagogiche, ma soprattutto
quelle legate all’intuizione Non si troverà quindi di
fronte alla tentazione di forzare lo studente
verso scelte predefinite, dettate dal programma
scolastico, spesso vissute come perentorie o definitive,
ma stimolerà la sua curiosità su tale o tal’altro
argomento, attraverso attività creative. Nella gioia che
la scoperta di se stessi può provocare, l’insegnante non
dimenticherà di considerare i successi, ma anche le
difficoltàe gli errori dello studente, che saranno
considerati non come fallimenti, ma come elementi
necessari e fondamentali nel percorso didattico.
Nel caso in cui invece
non riscontri nell’allievo nessun piacere ad imparare,
nessuna gioia a creare o studiare, questo sarà presto
evidente, e l'insegnante potrà fare il punto della
situazione, senza temere di aver perso del tempo.
Se per contro ciò che lo studente decide di studiare
“risuona” con i propri interessi più profondi, questa
scelta provocherà della gioia in lui, e sarà
naturalmente riconosciuta dal docente e dai suoi
coetanei nella sua natura fondamentale. La gioia
“emozione – guida” non è superficiale, non è
eccitazione, ma forza di pace.
4) Risvegliare, svegliarsi (la
Gioia come consapevolezza)
Perché il maestro diventi “colui
che risveglia”, il primo passo sarà quello di
“risvegliarsi a se stesso”. In perpetua creazione, egli
sarà “alla ricerca della verità, non necessariamente un
grande Yogi, ma un essere alla ricerca, che non si
nasconde”, come lo definiscono gli insegnanti di
Auroville. In questa
educazione, gli atti contano tanto quanto le attitudini
e le maniere di essere, perché "essere un educatore, è
finalmente mostrare la via a partire da ciò che
facciamo, quello che siamo. "
Si tratterà, potremmo aggiungere, di assumere la postura
umile di “colui che sa di non sapere” e che (si) scopre,
che fa imparare ed impara allo stesso tempo degli altri,
come la figura letteraria di Jacotot, “il Maestro
Ignorante” di Jacques Rancière.
Lungi dall'essere banale, si tratta con questo, di
accettare un cambiamento radicale di postura che puo’
starvolgere e trasformare il nostro modo di pensare la
scuola (ma anche il mondo!).
L'obiettivo della rivelazione della gioia segue un
percorso graduale, e devrà essere stimolato da attività
che coinvolgono tutte le dimensioni dell'essere: il
corpo fisico (attraverso il rilassamento e movimento
cosciente), la mente
(con la concentrazione, lo
stimolo dell’ immaginazione e della creatività) e lo
spirito (l'apertura del cuore, il silenzio mentale, la
meditazione).
Si tratta di un viaggio
verso la scoperta del Sé superiore che l’éducazione alla
gioia propone, più coerente con la via proposta dalla
"spiritualità laica" (Barbier, Conte Sponville),
piuttosto che da una scelta religiosa. Sarà una “pratica
di saggezza che fà a meno di ogni ragione e si realizza
nell'arte, nel riso e nel sacro e s’interroga sulla
possibilità singolare della gioia”, come ricordano le
sublimi parole di Nicolas Go.
E’ la gioia che esce dalla sfera delle emozioni
e diventa aspirazione dell’essere all'unione con
l'Assoluto.
Diversa dalla “gioia – emozione”, la “gioia – stato”
sarà riconosciuta per la sua sostenibilità e la sua
autonomia, indipendente da cause esterne. Si
tratta per l’insegnante e lo studente, di aprirsi ad una
dimensione interiore che è ben più ampia di quella
psicologica perché contiene la “totalità”, in un
processo di coscientizzazione. Fine ultimo
dell’educazione, la gioia del “risveglio” è
trascendente ed immanente al tempo stesso, diventa
“trans-immanente”. E’ sostanziale alla
vita, al corpo, alla materia, alla realtà, ma la
attraversa e va “al di là” della Natura e i suoi limiti,
collegandosi ad una dimensione molto più ampia, che
abita il corpo e
la trascende.
Guidati dall’approccio transdisciplinare, siamo
finalmente in grado di
riconoscere la natura del soggetto nella sua “gioiosa
essenza”, non frammentata,
Uno con il Tutto. La Gioia ritrova finalmente il suo
senso d’origine, di unione
tra gli individui, tra l’individuo e la dimensione
dell’Assoluto. Anche l’educazione ritrova qui il suo
significato perduto, essa “conduce”, “nutre”, “tira
fuori” ciò che in noi esiste di meglio. Applicata
attraverso processi partecipativi nelle scuole, con un
coinvolgimento responsabile sia dei genitori che degli
insegnanti,
l'educazione alla gioia avrà il compito di
guidare i bambini attuali e le generazioni future nel
mettere in luce nella loro coscienza ciò che esiste di
più importante, la gioia di vivere pienamente la vita.
Eduquer à la joie
di Antonella
Verdiani
www.educationalajoie.com
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1. Un « non sens » dans un monde en crise : la joie
Il ne se passe pas de jour sans que des experts
analysent la crise que le monde traverse actuellement
sous l’angle de leur science : des clashes économiques à
la pollution de l’environnement en passant par la perte
des valeurs éthiques, nous sommes surinformés, agressés,
souvent acculés au mur du désespoir par les données
diverses, les théories et les pronostics, de préférence
catastrophiques, que les scientifiques produisent dans
le but d’alerter l’espèce humaine et sa planète. La
raison nous dirait donc que le temps est venu pour les
humains de se réfugier sous terre, d’amasser des
réserves alimentaires dans les bunkers ou, au pire, de
se préparer à une évacuation massive vers d’autres
planètes… Ma proposition ici est de ne pas succomber à
la vision pessimiste, de ne pas suivre que la voix de la
raison scientifique (pourtant nécessaire), mais par un
véritable retournement de sens, de saisir l’opportunité
qui nous est offerte par cette crise d’intégrer dans nos
vies une valeur qui semble avoir été oubliée par les
humains, celle de la joie. Dans ce chemin d’espoir, l’éducation
peut jouer un rôle fondamental en se réappropriant le
rôle initiatique qui lui revient dans l’évolution de l’être
humain.
L’école va mal, et les réformes ministérielles se
succédant les unes après les autres dans nos pays
occidentaux, semblent imperméables à toute innovation
qui aille dans la direction de la prise en compte de la
dimension existentielle des individus (élèves et
enseignants), négligence qui pourrait être considérée
comme l’une des multiples raisons de ce malaise. A cela
s’ajoute la fragmentation grandissante du savoir en
multiples disciplines : de 50 spécialisations en 1950
nous sommes passés à 8000 en 2000. Dans ces « tours de
Babel » que sont nos écoles et universités aujourd’hui,
les élèves s’habituent à concentrer toute leur attention
sur des disciplines qui étudient la réalité à travers
des loupes, en les analysant sous des angles différents.
A force de focaliser les mentalités sur des aspects
séparés de la réalité, les étudiants apprennent à l’interpréter
comme un ensemble de morceaux d’un puzzle non recomposé,
« déstructuré ». L’université en particulier se dirige
vers un cloisonnement et un morcellement du savoir, qui
devient de plus en plus ésotérique et anonyme (Morin,
1990).
A la fragmentation disciplinaire correspond la
dangereuse fragmentation de l’être humain, le corps
étant séparé de ses émotions, séparées du mental, séparé
de l’esprit… La conséquence la plus évidente est la
perte de la joie d’apprendre, de transmettre, tout
simplement de la joie de vivre. Ma thèse est que l’éducation
peut ramener les humains vers cette nature qui est l’essence
même de l’être. Eduquer à la joie est possible, des
exemples existent et sont reproductibles. Cet article en
particulier va mettre en lumière celui de l’éducation
intégrale. Mais, avant tout, de quelle joie parlons-nous
?
2. Joie et bonheur
Dans le langage courant, la joie est associée à une
émotion, à un état passager. Pourtant, son sens
d’origine est tout autre que éphémère, car sa lointaine
étymologie sanskrite nous renvoie au terme de yuj (la
même que de yoga), généralement traduit par «union de l’âme
individuelle avec l’esprit universel » . Il y a ici un
sens de reliance entre le terrestre et le céleste, de l’homme
avec le divin et des hommes entre eux, une dimension
sacrée de la joie qui s’est perdue dans les temps,
surtout dans la culture occidentale. Une fois le lien
rétabli, la joie investit de façon indirecte (car elle y
« contribue ») tous les aspects de la vie et ramène au
concept de joie de vivre en tant que sentiment exaltant
ressenti par toute la conscience, toutes les dimensions
de l’être. D’une simple émotion, elle se transforme en
sentiment, état ; elle redevient manifestation de la
reliance de l’âme individuelle avec une dimension
supérieure. Par ce chemin, elle envahit la totalité de
l’être et relie le « haut » et le « bas », l’espace
intérieur et extérieur, le sujet et l’objet, l’individu
et les autres.
Une distinction sémantique entre joie et bonheur (notions
souvent confondues) est également nécessaire afin de
procéder davantage dans l’exploration de notre domaine,
celui de l’éducation. Le mot bonheur désigne en général
la chance, le plus souvent matérielle, qui arrive au
moment propice, à « la bonne heure », concept qui est
très loin de notre objectif qui n’est pas de décrire l’éducation
comme parcours vers un destin favorable en termes de
fortune, mais plutôt comme chemin d’évolution de l’être
vers un état de complétude, où la joie a toute sa
dimension ontologique.
Le bonheur, entendu comme bien-être, est très en vogue
aujourd’hui. Depuis les dix dernières années, les
recherches sur ce sujet sont au centre de réflexions
dans tous les domaines, non seulement du point de vue de
la santé, mais aussi de celui de l’économie et des
sciences sociales, les sciences de l’éducation en étant
partie intégrante. Dans la psychologie moderne en
particulier, la recherche à ce sujet commence à s’intensifier
dès les années ’80. Pour citer quelques noms parmi les
plus connus, Veenhoven, par exemple, publie en 1984 le
World Database of Happiness où il mesure le bonheur au
niveau international (121 cas dans 32 pays). Au même
moment Diener, un autre psychologue reconnu, établit des
corrélations entre le bien-être et les progrès
théoriques réalisés par les individus. Un peu plus tard,
Csikszentmihalyi (1990, 2004), pousse davantage la
réflexion et définit le bonheur comme un état
indépendant des conditions externes, mais dépendant «
plutôt de la façon dont elles sont interprétées», car
elles résultent de l’orientation des individus vers des
intérêts matériels et/ou immatériels. On cite ici
également le prix Nobel d’économie Robert Kahneman qui,
en premier, aura eu le mérite de rapprocher psychologie
et économie avec son concept d'audit du bien-être
national. Ce qui est remarquable dans son classement est
le décalage existant entre les mesures du bien-être et
celles de la performance économique, d’où la conclusion
que le confort matériel intervient très peu dans la
perception du bonheur.
2.1. Neurosciences et philosophie
La recherche sur le bonheur aime associer, on l’a vu,
des disciplines et des théories différentes : tel est
aussi le cas des sciences « cognitives – émotives» qui
établissent des passerelles avec la philosophie lorsque
on touche à la question de la joie. Par exemple, les
recherches sur les deux cerveaux (Sperry, 1981) nous
disent que les émotions et les sentiments de joie, amour
et compassion se situent dans une zone précise du
néo-cortex, la même qui est stimulée dans l’état de
méditation profonde. Cette découverte est fondamentale
pour les chercheurs en sciences de l’éducation que nous
sommes car, ouvrant à un autre niveau de réalité, elle
donne accès au sens de la profondeur que l’on peut
atteindre par l’éducation à la non-violence (Barbier,
2003). La joie et l’attitude à la paix surgissent-elles
donc de la même source dans l’être ?
Les neuropsychologues Beauregard et Damasio tentent plus
en particulier de répondre à cette question en
concentrant l’observation sur des états et des émotions
encore plus complexes, comme la transe mystique ou l’expérience
de la compassion, et parviennent à des résultats qui les
démarquent de leurs prédécesseurs. Pour Beauregard (d’après
un test réalisé sur des religieuses carmélites en état
de méditation), il n’y a pas de région spécifique du
cerveau qui serait activée lors de l’expérience mystique.
Autrement dit, il n’y a pas de « module de Dieu » dans
le cerveau (Beauregard, 2005). Ce qui nous parait
important de retenir aux fins de cet article, c’est la
conclusion d’ordre plus philosophique (que l’on pourrait
définir d’immanentisme spinozien) à laquelle parvient
Damasio (2003) : étant donné la capacité de l’être
humain à produire, penser et agir sur ses émotions,
c'est de la rencontre entre les émotions et le cerveau
rationnel que jaillit la conscience.
3. Les philosophes de la joie : de Spinoza à Sri
Aurobindo
«L'amour allant à une chose éternelle et infinie repaît
l'âme d'une joie pure, d'une joie exempte de toute
tristesse» affirme Spinoza (1632 – 1677), dont la pensée
limpide continue d’inspirer les philosophes modernes.
Pour lui, la philosophie est l’amour de la vérité et l'amour
est la vérité de la joie ; son but est la constitution
d’une éthique du bonheur et de la liberté. Spinoza
confère à la joie une place centrale, en tant que
passage d’un état de perfection moindre à une perfection
supérieure, lié à la réalisation du désir (conatus), l’état
de puissance et de force de l’homme. Dans son Ethique,
il la qualifie d’affect, (un sentiment ou une passion
qui investit tout le corps, objet de l’Esprit), de
transitio (car elle est instable, en devenir) et d’Amour
(car une joie qui ne serait pas aimante serait une joie
ignorante). Il s’agit, comme il le dit, de « tout aimer
dans l'éternelle nécessité de ce tout qui est Dieu »,
par une éthique de l'amour qui n'est pas l'éros de
Platon, mais plutôt la philia d'Aristote ou d'Épicure,
l'agapè de Jésus ou de Saint Paul. Cette conception nous
oriente vers les traditions spirituelles et religieuses
de l’humanité, sans pour autant revêtir un caractère de
transcendance. Pour le christianisme en particulier, la
joie est un état d’éveil que l’on pourra atteindre
uniquement dans une dimension non terrestre, dans le «
Royaume Joie » où l’alliance éternelle entre Dieu et les
hommes est rétablie. Elle confère un pouvoir à une
réalité « supérieure », tandis que selon la vision
immanentiste, toute la réalité est générée par la
Nature.
Egalement en opposition à la vision transcendante,
l’idéologie matérialiste ramène à l’homme toute sa
liberté d’action. Du point de vue de l’éducation laïque,
positiviste, la joie dérive principalement de la liberté
d’apprendre (fondement de l’Education Nouvelle, par
exemple) où l’enfant est libre d’agir, de créer, d’observer
et de comprendre dans le travail en commun avec les
autres. Le principe de liberté a aussi influencé l’un
des rares éducateurs contemporains qui ait travaillé sur
la joie à l’école, Georges Snyders qui, cependant, fonde
son approche dans une vision beaucoup plus matérialiste,
marxiste. Pour lui, l’école représente le théâtre du
changement social, le lieu de joies « proportionnelles
aux efforts et aux obligations ». Pour étudier les chefs
d’œuvre littéraires ou scientifiques, « il faut se
donner du mal, tenir bon » ; par ce sacrifice, les
élèves seront amenés à la découverte de la joie à vivre
l'amour dans le style et pourront de ce fait contribuer
au progrès de l'humanité.
3.1. Ananda, la joie divine
L’exploration menée jusqu’ici a pris en compte
majoritairement la vision philosophique occidentale.
Dans son pendant oriental, non dualiste, la séparation
entre l’être et le cosmos ne s’est pas produite, le lien
avec la totalité de la réalité perdure. En ce qui
concerne le pont entre la spiritualité et l’éducation,
le philosophe indien Sri Aurobindo (1872 – 1950) est une
référence incontournable. Son concept d’éducation
intégrale est né de l’expérience du yoga intégral, le
Purna yoga, qui est fondé à son tour sur l’ananda, la
joie divine.
En sanskrit, le terme ananda désigne la joie et le
rayonnement de soukham, l’état de bien-être intérieur,
l’expérience spirituelle la plus haute « … qui illumine
de félicité l’instant présent et se perpétue dans l’instant
suivant jusqu’à former un continuum que l’on pourrait
appeler joie de vivre». C’est le sat-chit-ananda, le
continuum « existence – conscience – félicité », la «
félicité de devenir », expression parfaite de Lila, le «
jeu du Seigneur ». Subjacente à la nature humaine, dans
la vie ordinaire cette vérité nous est cachée ; tout le
travail de l’étudiant consiste ainsi à apprendre à vivre
« au-dedans » afin de s’éveiller à cette présence calme,
joyeuse et puissante qui « en nous est notre moi plus
réel ». Educateur avant tout, Sri Aurobindo identifie
dans la fréquentation de l’Art et de la Poésie un moyen
pour s’approcher à ce « délice invariable de l’univers »
qui est la vraie saveur de l’existence. La liberté
définitive sera acquise par l’affrontement de « tous les
chocs de l’existence » et non par le repli sur soi ou la
renonciation passive. Devenue neutre au contact des
plaisirs et de la souffrance, l’âme sera ainsi amenée
vers un état de ravissement invariable, la joie divine.
La descente de la spiritualité dans la matière est le
sens du yoga intégral et c’est à Mirra Alphassa, dite la
Mère (1878 – 1973), que reviendra la tâche de continuer
l’œuvre de Sri Aurobindo, en la traduisant en pratiques
éducatives dans l’Ashram de Pondichéry. Dans son yoga,
elle décrit la joie comme immanente et transcendante à
la fois, intrinsèquement liée dans la nature humaine,
puisque « toute existence est basée sur la joie d'être
et que sans la joie d'être il n'y aurait pas de vie.»
Ici la dimension supérieure (transcendante) fait partie
de l’être dans sa nature profonde. Elle est présente
dans le vivant (immanente) et par conséquent accessible
à tous par un processus d’éducation constant. La
reliance à cette transcendance joyeuse est possible sans
que cela implique nécessairement l'adhésion à une
quelconque voie religieuse ou dogmatique. Reconnaître la
joie dans sa double nature d’émotion et d’état, telle
est la tâche de l’enseignant.
4. Eduquer à la joie
Des expériences éducatives heureuses existent partout
dans le monde, à la portée de tous, occidentaux et
orientaux, mais il a fallu pour moi franchir les
frontières de l’Occident, pour aller rechercher le sens
originel sur lequel la vision éducative non - fragmentée
s’appuie. Je me limiterai au sein de cet article à un
seul exemple (parmi d’autres qui sont autant viables)
comme tentative de réponse à la possibilité de l’éducation
à la joie. Le postulat que ma démarche assume est que l’approche
intégrale, transdisciplinaire, est la seule issue
possible dans ce chemin. Le cas étudié par la recherche
effectuée en Inde de 2006 à 2008 est celui du Libre
Progrès, pratiqué depuis les décennies dans l’école de
l’Ashram de Pondichéry (ci-dessus mentionné), réadapté
dans sa version moderne au contexte multiculturel des
écoles d’Auroville.
Le Libre Progrès est considéré comme une des pédagogies
parmi les plus originales du point de vue de l’expérimentation,
et se fonde sur les principes suivants :
o l’éducation a pour tâche de guider l’individu dans l’exploration
de soi- même et de ce qu’il recèle au plus profond de sa
conscience ;
o le développement de la conscience sera la seule
condition pour que l’humanité dépasse la crise actuelle
surgie d’un déséquilibre entre un progrès matériel
démesuré et un progrès spirituel insuffisant ;
o la question la plus importante relative à l’existence
humaine est ontologique, c’est-à-dire qu’elle concerne
le but ultime de la vie de l’individu.
Pour répondre à cette dernière question, cette démarche
se propose de développer toutes les dimensions et tous
les aspects de l’individu, le physique, le vital, le
mental, le psychique et le spirituel ; elle est de ce
fait « intégrale ».
4.1. Le Libre progrès
En 1960, l’école de l’Ashram mène une expérience
pédagogique libérée de programmes et d’examens afin de «
rendre les élèves heureux» : ce sera le Libre progrès,
libre parce que les élèves peuvent librement s’orienter
vers leur préférences pendant qu’ils progressent vers l’expression
la plus haute de leur potentiel. Les sujets d’études
sont ainsi choisis sur la base des leurs intérêts
majeurs, tandis l’enseignant va les guider et éclairer
sur un point ou l’autre, pour incarner la figure de «celui
qui dissipe les ténèbres» (en sanskrit le « guru »),
dans une posture distante et présente à la fois. Dans la
très traditionnelle école de l’Ashram, le Libre progrès
est proposé uniquement aux élèves du niveau supérieur,
tandis que dans certaines écoles d’Auroville, il est
expérimenté depuis les classes élémentaires. Mon enquête
amène à constater les effets spectaculaires que cette
pédagogie donne sur les élèves de toute âge : le plus
tôt ils sont laissés libres de s’orienter vers leurs
centres d’intérêt, le mieux ils seront en mesure de se
former une personnalité confiante, curieuse et ouverte
sur le monde. « La liberté, ça veut dire le choix. Le
choix, ça veut dire que tout est proposé et que l’élève
choisit ce dont sa nature a besoin pour avoir un progrès».
Par conséquent, il n’est pas nécessaire dans ce contexte
que le maître ou l’adulte « pré - oriente l’élève ou l’oblige
à s’uniformiser à des programmes scolaires qui ne lui
sont pas adaptés » comme le disait Sri Aurobindo.
L’élément commun à ces écoles où « il fait bon aller »
est celui du bien être et de la joie lisibles dans les
yeux lumineux de ces jeunes. Les nombreux témoignages
des élèves et des enseignants concordent : « la culture
de cette éducation est d’aider l’enfant vers la joie d’apprendre.
On est loin des punitions, ou du désir d’obtenir de
bonnes notes, ou d’arriver en premier. C’est apprendre
pour la joie d’apprendre.» Sur la base des observations
comportementales réalisées, on peut donc affirmer que le
Libre progrès est une voie d’éducation à la joie à la
fois pour l’élève et l’enseignant. Des questions
surgissent à ce point : serait-il possible d’atteindre
un tel objectif dans nos écoles ? Et si la réponse est
oui, par quels moyens ? Quelle est la posture à assumer
dans la relation maître – élève, base et fondement de
toute pédagogie ?
5. Pistes d’innovation pédagogique
Quelques indications préalables sont nécessaires à ce
point, pour entamer un chemin d’innovation dans nos
écoles aussi. La première est celle qui définit le
parcours pédagogique en tant qu’expérience de l’indéfini
et de l’infini, «l’entrée en soi des dons de l’univers
que l’on reçoit » dans une voie qui n’est pas
prédéterminée de façon figée, mais qui implique la
possibilité de l’erreur, car il s’agit encore et
toujours d’intégrer l’incertitude et la complexité,
d’accéder au « savoir par le non - savoir ». La
participation du sujet, entendu comme binôme enseignant/enseigné,
maître/élève, est le fondement de cette méthodologie
transdisciplinaire où les deux sont impliqués dans l’exploration
du savoir, en partant du fait que :
o rien ne peut être enseigné (le professeur est un
guide, il apprend avec ses élèves) ;
o l’élève n’est pas un récipient à remplir, il a ses
propres centres d’intérêts, ses orientations, qui ne
demandent qu’être reconnues et favorisées et ce, à tout
âge ;
o l'esprit, au même titre que l’intellect et le corps, a
sa place dans le processus éducatif et doit y être
intégré, dans une démarche qui va au delà des religions.
Ceci implique la prise en compte des questionnements
ontologiques de la part des élèves, même les plus petits;
o le temps, avec ses rythmes, a une valeur pédagogique
en soi, la lenteur y est donc admise au même titre que
la rapidité.
Cela conduira naturellement vers l’adoption d’une
pédagogie que l’on peut, de façon inédite, basée sur un
nouveau concept de l’éducation et du processus d’apprentissage,
et que l’on peut définir comme fractale. En ce qui
concerne l’apprentissage en particulier, dans la
pédagogie fractale il ne sera plus à identifier comme
une succession d’étapes linéaires et rigides, mais comme
un système complet en soi, qui suit un mouvement souple
et concentrique, en spirale (selon l’image de la
fractale ci- dessous). Dans cette méthode, l’enseignant
présentera à l’élève une vue d’ensemble de la matière à
laquelle il s’initie afin de lui faire mesurer toute sa
richesse et sa complexité, et de le mettre en condition
d’établir une connexion avec le reste des disciplines
existantes. Une fois cet aperçu global obtenu, l’élève
pourra approfondir davantage son domaine d’intérêt par
des modules spécifiques, reliés entre eux, dans un
programme taillé sur mesure pour lui. Pour que la
pédagogie soit « fractale », ces éléments doivent
refléter l’ensemble du programme, au même titre que la
vision holographique (dans laquelle le détail contient
la vision d’ensemble). 5.1. La joie, “émotion – guide”
Qu’en est-il de la joie dans ce parcours, pourrions nous
demander à ce point ? Elle va nous servir d’éclaireuse,
elle devient une émotion–guide. Même éphémère, l’émotion
peut faire son travail dans ce processus éducatif, à
condition cependant de lui laisser la place et de la
suivre. C’est là, la première tâche du maître, qu’il
pourra accomplir en suivant le fil d’Ariane de la joie
en lui, émotion qu’il reconnaîtra comme une des
expressions de son capital émotif décliné dans une
diversité de colorations. Mais attention, car la joie
aussi est « intégrale », elle contient aussi la
souffrance ; elle est « fondatrice », « autonome », «
paradoxale », comme le dit Nicolas Go, capable de surgir
de nulle part, même dans des situations dramatiques. De
ce fait, « le joyeux n’est pas essentiellement l’exubérant
ni l’enthousiaste, mais celui qui ne déroge pas à la
joie, y compris – et même, dirions nous, surtout – dans
la peine et l’affliction, y compris et surtout au cœur
même de la barbarie.»
A ce stade, nous pouvons imaginer un parcours
pédagogique idéal, qui ferait de la présence d’une joie
– émotion le point de départ pour aller vers la joie -
état. Le moment central de ce processus est la relation
maître – élève qui, basée sur le respect réciproque, se
développe en quatre étapes principales :
1. Reconnaissance
2. Résonance
3. Révélation, parcours de « réveil – éveil »
4. Joie comme éveil
1) Reconnaître pour révéler (…l’entrée en soi
ouvre sur l’autre)
Émouvoir, c’est mettre en mouvement c’est provoquer un
changement d’attitude en soi et dans l’autre. Pour ce
faire, il nous faudra retourner à l’école de
l’intelligence émotionnelle (Goleman, 1998), à celle de
l’intelligence du cœur (Filliozat, 1998), le cœur étant
le lieu qui seul peut rétablir le lien nécessaire avec
la joie. Il nous faudra en premier lieu reconnaître le
rôle de la joie - émotion dans la fluidité du processus
d’apprentissage, car elle intervient sur les capacités
de l’apprenant de mémoriser, de retenir l’information,
de se concentrer et cibler l’attention. Pour le maître
autant que pour l’élève, il s’agira de la reconnaître en
soi : ce sera la joie d’enseigner, de transmettre. Cela
nous rappelle la place indispensable de l’éros dans l’éducation,
en tant qu’ensemble de désir, plaisir de transmettre et
amour de la connaissance et des élèves, car c’est grâce
à lui que l’on peut « surmonter la jouissance qui s’attache
au pouvoir, au profit de la jouissance qui s’attache au
don » comme l’affirme Edgar Morin.»
Il y aura de la joie à reconnaître lorsque les élèves,
par exemple, seront en contact avec l’Art (Sri Aurobindo,
Snyders, Go, etc.). Ils créeront leur propre chef d’œuvre
(Steiner) ou encore ils seront émerveillés par la nature
(Ecole nouvelle, constructivisme, etc.) ; ou touchés par
le partage avec les autres (éducation pour la paix,
prévention des conflits). Dans la triangulation entre
attitude, connaissance du sujet et discipline, l’enseignant
adoptera une posture existentielle, transpersonnelle,
qui «relève de l'art tout autant, si ce n'est plus, que
de la science » (Barbier, 1983). Par cette étape
initiale, on repèrera les attitudes de l’élève, ses
tendances, ses passions, ses difficultés, ses erreurs,
sans pour cela les « évaluer » dans des grilles étroites,
dans des jugements, dans des schémas de référence. Il
faudra reconnaître pour connaître : les progrès dans l’acquisition
des connaissances se révéleront d’eux-mêmes dans le
parcours éducatif et, au cas où une évaluation (sans
notes !) serait nécessaire, elle pourrait être réalisée
à deux, dans un processus dialogique élève- enseignant.
Presque en retrait, la tâche du maître sera de stimuler
la curiosité par ses propres activités qu’il mène dans
la classe : lui aussi il lit, il écrit ou peint et
utilise des matières. En se laissant guider lui-même, il
s’appuiera sur ses dons d’intuition, selon une
inspiration comparable à la phase d’illumination des
artistes (Ramirez, 2006). La perception joue également
son rôle dans ce parcours, en tant que capacité des sens
(le manas de la psychologie indienne), qui centralise et
coordonne des actions qui se font dans l’esprit, telle
la télépathie, la voyance, l'écoute, le pressentiment,
etc. Toutes ces capacités font du maître l’éveilleur,
tel le maître d’éveillance de Krishnamurti. Voir,
observer, ne pas juger, mais favoriser l’éclosion de l’intérêt,
la prédisposition vers une ou l’autre attitude, c’est
sur tout cela que se fonde l’acte de « reconnaître »
pour (se) révéler et s’ouvrir à soi-même et aux autres.
2) Résonner (…entendre avec l’oreille de l’autre)
La résonance est à entendre comme un phénomène non
seulement physique (auditif), mais aussi intellectuel,
émotif, qui envahit l’esprit et doit être accueilli dans
tout l’être. C’est grâce à elle que le maître comprendra
si l’activité choisie par l’élève est porteuse de joie.
Cela implique qu’il soit, pour le dire avec les mots des
professeurs du Libre progrès, « en présence» d’abord
avec lui-même, qu’il sache comprendre en profondeur sa
vérité pour entendre celle de l’autre, « entendre avec
l’oreille de l’autre » . L’empathie, valeur sur laquelle
se basent toutes les méthodes d’éducation pour la paix
et la non-violence, est la clé pour comprendre ce que
les autres vivent et établir des relations harmonieuses.
Elle exige que l’on écoute de tout son être, y compris
avec l’esprit, ce qui requiert un état de vacuité de
toutes les facultés. Lorsque cet état est atteint, on
parvient alors à saisir directement ce qui est là,
devant soi, ce qui ne peut jamais être entendu par l’oreille
ou compris par l’esprit. L’accord avec cette sensation
provoque de la joie, une joie qui sort ici du champ des
émotions pour s’acheminer vers le domaine de l’être,
c’est la joie qui « se conçoit et se pratique dans le
présent. (…) C’est une résonance, une éthique, la source
de toute création… ».
3) Révéler
Une relation plus étroite pourra à ce moment s’établir
avec l’élève, afin de comprendre si les activités vers
lesquelles il se dirige sont révélatrices et porteuses
de ce qu’il est, ce qu’il a à faire. C’est pour cette
raison que l’étape précédente est fondamentale, car l’enseignant
devra utiliser ici non seulement ses capacités de
psychologue et pédagogue, mais en premier lieu celles de
l’intuition. Ainsi il n’orientera pas l’élève vers des
choix vécus souvent comme péremptoires et définitifs,
mais il devinera sa curiosité vers tel ou tel sujet, en
le stimulant pas des activités créatives. Dans la joie
que la découverte de soi-même peut provoquer, il n’oubliera
pas d’intégrer les succès mais aussi les difficultés de
l’élève, à considérer non pas comme des échecs, mais
comme des balises nécessaires dans le parcours éducatif.
S’il n’y a pas de plaisir d’apprendre, pas de bonheur à
faire ou à étudier, cela sera manifeste assez rapidement,
et le maître pourra faire le point avec l’élève en cours
de route. Si par contre ce que l’élève décide d’étudier
est « en résonance » avec ses intérêts profonds, ce
choix provoquera de la joie en lui et sera naturellement
reconnu par le maître et ses pairs dans sa nature
profonde. La joie émotion- guide n’est pas superficielle,
elle n’est pas excitation, mais force apaisante.
4) Réveiller, éveiller
Pour que le maître retrouve son rôle d’éveilleur, son
premier pas sera de s’éveiller à lui-même. En
perpétuelle création, il sera « à la recherche de la
Vérité, pas un Yogi parfait, mais un être à la recherche,
qui ne se cache pas » comme l’affirment les enseignants
d’Auroville. Dans cette éducation, les actes comptent
autant que les manières d'être parce que « être
éducateur, c'est finalement montrer le chemin par ce que
l'on fait, ce que l'on est. » C’est se mettre, on
pourrait ajouter, dans la posture humble de « celui qui
sait qu’il ne sait pas » et qui (se) découvre, qui fait
apprendre et apprend en même temps que les autres, tel
Jacotot, « le Maître ignorant » de Jacques Rancière
(1987). Loin d’être anodine, cette innovation implique
au contraire un changement radical de posture qui peut
bouleverser et transformer notre façon de concevoir l’école
(mais aussi monde !).
L’objectif est de révéler la joie graduellement ;
celle-ci doit être stimulée par des activités qui
impliquent la participation de toutes les dimensions de
l’être : dans le corps physique (par la relaxation et le
mouvement en conscience), dans le mental (par la
concentration, la stimulation de l’attention et l’imagination,
la création) et dans l’esprit (l’ouverture du cœur, le
silence mental, la méditation). C’est un chemin de
découverte du Soi supérieur que l’éducation à la joie
propose, correspondant davantage à la définition de la «
spiritualité laïque » (Barbier, Comte Sponville), plutôt
qu’à un choix religieux. Ce sera « une pratique de
sagesse qui se passe de toute raison et s'accomplit dans
l'art, le rire et le sacré », comme l’évoquent les
magnifiques paroles de Nicolas Go, lors qu’il s’interroge
sur la possibilité singulière de la joie. C’est la joie
qui sort de la sphère des émotions et devient aspiration
de l’être à l’union avec l’absolu.
Différente de la joie – émotion, la joie – état sera
reconnue par sa durabilité ainsi que par son autonomie,
la rendant indépendante des causes externes qui la
déterminent. Il s’agit, pour maître et élève, de s’ouvrir
à une dimension intérieure qui est plus ample que celle
émotive, passagère et caduque, car elle contient le «
tout», dans un processus d’éveil. But ultime de l’éducation,
la joie de l’éveil est transcendance et immanence à la
fois, elle devient trans-immanence. Elle est
substantielle au vivant, au corps, à la matière, à la
réalité, mais elle la traverse et va « au-delà » de la
Nature et dépasse ses limites, en se reliant à une
dimension bien plus ample, qui habite le corps et le
transcende.
Guidés par l’approche transdisciplinaire, nous sommes
arrivés ici à reconnaître la nature du sujet dans sa
joyeuse essence, non fragmentée, Un avec le Tout. La
joie retrouve finalement son sens d’origine, d’union
entre les êtres, et entre l’être et la dimension de l’absolu.
L’éducation aussi retrouve ici son sens perdu, elle «
conduit », elle « nourrit », elle « tire en dehors », ce
qu’il y a de mieux en nous. Appliquée par des processus
participatifs dans les écoles, avec une implication
responsable des parents autant que des enseignants, l’éducation
à la joie aura la tâche de guider les enfants actuels et
les générations futures dans la mise en lumière de ce qu’ils
recèlent de plus précieux dans leur conscience, la joie
de vivre pleinement la vie.
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juillet 1983
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du cours 1978 -1981 (http://www.webdeleuze.com/php/index.html
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d'Ouverture, 2008
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en soi, créativité, aisance relationnelle, autonomie
(Poche) Marabout, 1998
GO Nicolas, L’art de la joie. Essai sur la sagesse,
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VEENHOVEN Ruut, Conditions of happiness, Reidel,
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VERDIANI Antonella, L’éducation à la joie : un exemple
d’éducation intégrale dans les écoles d’Auroville (Inde),
Thèse de doctorat en sciences de l’éducation sous la
direction de René Barbier, Université de Paris VIII,
2008
NOTE: 1 Titulaire d’un Doctorat et d’un Master en
Sciences de l’éducation, ex-fonctionnaire à l’UNESCO,
chercheuse universitaire, consultante et amie du Club de
Budapest, Antonella Verdiani donne des formations
transdisciplinaires d’éducation à la joie qui s’adressent
à tous ceux qui sont dans le métier de la transmission.
Elle prépare un livre sur le même sujet.
2 L’étymologie grecque et latine du mot crise nous
renvoie aux concepts de « décision » et de « choix »,
soit à l'idée d'un moment charnière, où les choses se
décident. Nous pouvons donc sortir de la crise et la
dépasser, ou nous y enliser. On retrouve la même idée
dans l'étymologie de l’équivalent chinois du mot « crise
», « Wei Ji » qui signifie à la fois un danger et une
opportunité, une situation paradoxale, mais qui permet
de changements positifs. Dans ces sens, la crise revêt
donc un potentiel de renouveau.
3 Comme l’affirme le professeur Basarab Nicolescu du
CIRET, le Centre International de Recherches et Études
Transdisciplinaires (http://basarab.nicolescu.perso.sfr.fr/ciret/),
d’après les données de la National Science Foundation –
NSF, agence gouvernementale indépendante des Etats-Unis,
qui soutient financièrement la recherche scientifique
fondamentale (http://www.nsf.gov/)
4 Yuj se traduit aussi par : véhicule, moyen, méthode ;
soin, concentration d'esprit ; discipline, pratique du
yoga, extase mystique (tiré de Huet Gérard, INRIA :
http://sanskrit.inria.fr/)
5 De façon générale, il faut remarquer que la
signification originale des mots est symboliquement et
philosophiquement complète en elle-même car « reliée » à
une connaissance du monde qui inclut toujours le sacré
dans son anthropologie.
6 La « Base de données mondiale sur le bonheur » met au
point l’indicateur du BNB ou «Bonheur National Brut».
7 Dans « La poursuite scientifique du bonheur » in
Psychological Science (1995) et Scientific American
(1996) où Diener et Myers indiquent les meilleurs
indicateurs du bonheur : les traits de personnalité, les
relations intimes et l'engagement religieux.
8 L’auteur décrypte dans ce livre les conditions de « l’expérience
optimale », clef de l'épanouissement de l'individu, qui
est caractérisée par « un état de flux, de mouvement et
de concentration vers la réalisation de tâches qui
mobilisent toutes les compétences. »
9 Kahneman croise des données subjectives (comme les
sondages et les interviews) avec des indices objectifs (comme
l'espérance de vie, le PIB ou la scolarisation dans les
pays enquêtés).
10 Comme le démontre le fameux cas du Bhoutan qui, avec
son «Bonheur National Brut et ses 1321 dollars par tête
et par an, devance un nombre considérable de pays «
avancés ». Dans Christophe Alix, « Les indices du
bonheur », dans Libération, 14 juillet 2007.
11 Définie comme un mélange de sérotonine,
noradrénalines et dopamines secrété par le cerveau.
12 Baruch Spinoza, Traité de la réforme de l’entendement,
Vrin, 1992.
13 Par exemple : Gilles Deleuze, Robert Misrahi, Bruno
Giuliani, Nicolas Go, …
14 Si Eros est usuellement connu comme l'amour dans sa
dimension sexuelle, dans son acception plus large (Aristote,
Plotin, etc.) il renvoie à un principe abstrait, au
souffle qui favorise l’éclosion d’un monde ordonné, de
Chaos à Cosmos, dans une dimension cosmique. Philia, est
l’amitié, la solidarité dont parle Aristote. Agapé, est
l’amour au sens de charité, la bienveillance, l’amour
désintéressé.
15 Dans l’Evangile de Luc, nommé l’« Evangile de la joie
».
16 Georges Snyders, La joie à l’école, PUF, 1986.
17 Cahiers pédagogiques n°402 : « Des grandes œuvres
pour tous », coordonné par Georges Snyders et Philippe
Lecarme, Ed. Cercle de Recherche et d'Action
Pédagogiques.
18 Matthieu Ricard, Plaidoyer pour le bonheur, Pocket
Evolution, Nil éditions, Paris, 2003.
19 Sri Aurobindo, La vie divine, Sri Aurobindo Ashram,
Pondichéry, 2005.
20 La Mère, in Education
(http://www.sriaurobindoashram.com/)
21 C’est le but de l’éducation intégrale de la Mère, de
l’anthroposophie de Steiner, objectif que l’on pourrait
étendre aussi à la spiritualité laïque ou sans Dieu,
dont nous parlent René Barbier (2006) et Comte-Sponville
(2006).
22 Antonella Verdiani L’éducation à la joie : un exemple
d’éducation intégrale dans les écoles d’Auroville (Inde),
Thèse en sciences de l’éducation sous la direction de
René Barbier, Université de Paris VIII, 2008.
23 Défini par ses habitants, un «laboratoire » d’humanité,
soutenu depuis 1968 par le Gouvernement Indien et par
l’UNESCO, Auroville «veut être une cité universelle où
hommes et femmes de tous pays puissent vivre en paix et
harmonie progressive au-dessus de toute croyance, de
toute politique et de toute nationalité. Le but d'Auroville
est de réaliser l'unité humaine »
(http://www.auroville.org/ ). Cette cité compte aujourd’hui
2000 habitants environ, venant de 44 pays différents.
24 Selon les paroles de Mère. Dans G. Monod-Herzen, J.
Benezech L’école du libre progrès, Editions Plon, 1971
25 Interview du 6 mars 2008 à C., enseignant à Auroville
depuis 1975.
26 Sri Aurobindo, La synthèse des yogas, Sri Aurobindo
Ashram Trust, Pondichéry, 1984.
27 Interview du 29 février 2006
28 L’Autre marche, une installation par Trinh T. Minh-ha
et Jean-Paul Bourdier dans la rampe d’entrée du Musée du
Quai Branly à Paris.
29 Dans cette posture, le fait de errare n’aura pas la
signification de se tromper, mais d’expérimenter, d’«
aller ça et là », à la recherche de nouvelles pistes.
30 Trinh T. Minh-ha et Jean-Paul Bourdier, ibidem.
31 Les expériences de philosophie dès l’école primaire
existent, mais représentent encore des cas isolés. Ceci
parce que la philosophie, comme toute autre matière qui
stimulerait le questionnement existentiel (qui surgit
très tôt dans l’enfance), reste l’apanage des classes
terminales. En France par exemple, elle est absente des
écoles primaires, ainsi que des collèges et des
premières années du lycée et, dans les filières
professionnelles, elle est encore l’objet d’expérimentation
pédagogique (voir en : Alain Séré et Philippe Forstmann,
L'enseignement de la philosophie en baccalauréat
professionnel, Rapport au ministère de l’éducation
nationale, avril 2007 http://media.education.gouv.fr/file/27/5/5275.pdf
et aussi l’étude menée par l’UNESCO en 1998, La
philosophie pour les enfants (http://unesdoc.unesco.org/images/0011/001161/116115mo.pdf)
32 Cependant il faut reconnaître à Joël de Rosnay le
fait d’en avoir évoqué l’image dans une interview de
1996 donnée à la revue Vers l’Education Nouvelle,
n°477-478, et où il était question d’éducation fractale.
Le concept de fractale revient au mathématicien Benoît
Mandelbrot qui décrit des structures à la forme
irrégulière qui se créent en suivant des règles précises,
par un processus homothétique. Un autre programme ayant
utilisé l’image de la fractale est FractalKey, qui a été
développé par Aurosoorya (www.aurosoorya.com et
www.fractalkey.com ) en partant de la vision
philosophique intégrale.
33 Nicolas Go, L’art de la joie. Essai sur la sagesse,
Buchet Chastel, 2004.
34 Ce qui est ici proposé semble difficilement
réalisable dans les classes surpeuplées de nos écoles
publiques parce que basé sur l’établissement d’une
relation quasi interpersonnelle entre maître et élève.
Cependant ceci est à prendre comme un exemple de
relation possible vers laquelle il faudrait tendre,
reposant essentiellement sur une posture à adopter,
indépendamment de la taille de la classe.
35 D’après les observations de la recherche menée dans
les classes d’Auroville, par A. Verdiani, op. cit.
36 Morin E., Motta R., Ciurana E-R. Eduquer pour l’ère
planétaire. Editions Balland, Paris, 2003
37 « Jamais l'on n'a entrepris d'entraîner le sixième
sens chez l'homme. Dans les temps futurs, il aura
indubitablement sa place dans la nécessaire formation
préliminaire à impartir à l’instrument humain. » Dans
Sri Aurobindo On education Sri Aurobindo Ashram Trust,
Pondichéry, 1990
38 Trinh T. Minh-ha et Jean-Paul Bourdier, op.cit.
39 Nicolas Go, op. cit.
40 Jeanne Mallet, Ethique et éducation, Aix, Omega
Formation, 2003
41 Des activités spécifiques, dont la liste est trop
longue dans cet article, ont été identifiées et sont
disponibles dans la formation d’Education à la joie
dispensée par l’auteure de cet article.
42 Ce qui rappelle le terme d’« immanensité » du poète
Jules Laforgue, cité à son tour par Comte-Sponville à
propos de l’expérience de l’immanence et de l’immensité.

Educare alla GIOIA
Corso di formazione per insegnanti, educatori e
genitori
Il corso, articolato su
3 giorni, ha come obiettivo di aiutare insegnanti,
genitori e tutti coloro che sono nel mestiere della
trasmissione di conoscenza e di savoir-faire, ad
orientarsi nella ricerca di soluzioni pratiche ad
adottare al quotidiano con i bambini ed i ragazzi,
per meglio accompagnarli nel loro cammino di
evoluzione.
A partire da un condivisione delle esperienze dei
partecipanti, la
formazione fornirà delle nozioni teoriche, delle
informazioni e
soprattutto degli esercizi da proporre a scuola e a
casa per vivere
l'attuale momento di cambiamento nella prospettiva
della Gioia di
vivere, compito dell'educazione.
Struttura del corso (suscettibile di
modifiche) :
Giorno 1 :
Educare alla Gioia (presentazione dei 3
giorni)
Condivisione delle esperienze dei partecipanti
Motivazioni, aspettative, obbiettivi
Concetti di riferimento : la Gioia, cos’é ?
(definizioni)
L’approccio dell’educazione integrale
Dalla gioia – emozione alla Gioia- stato : un
percorso educativo
Esercizi: vivere la Gioia
L’importanza della Gioia nel processo di
apprendimento
Pedagogia frattale (elementi di metodologia)
Chiusura della giornata (condivisione)
Giorno 2 :
Le 4 tappe dell’educazione alla Gioia : le 4
R, riconoscere,
risuonare, rivelare, risvegliare
1.Riconoscere (osservare, lasciare emergere,
riconoscersi)
Come riconoscere l’allievo/il figlio, i suoi
interessi, le sue
passioni, le sue speranze (esploreremo gli strumenti
di conoscenza di
cui disponiamo oggi, cio’ che funziona, cio’ che
potremmo inventare)
Esercizi
Condivisione
2. Risuonare (« sentire con l’orecchio dell’altro »)
Come riconoscere se le attività scelte dall’allievo/
il figlio sont
fonte di Gioia per lui ? ( essere in risonanza prima
di tutto con se
stessi, per l’adulto ed il giovane)
Esercizi
Condivisione
Chiusura della giornata
Giorno 3 :
Rivelare per svegliare la Gioia integrale
3. Rivelare
I mezzi a disposizione in questo processo educativo
(conoscenza,
comprensione, empatia, ma anche intuito,
chiaroveggenza,...) : come e
quando utilizzarli ?
Esercizi
Condivisione
4.Risvegliare (« il Maestro di risveglio »)
La postura dell’adulto : come passare da colui che
sa a colui « che sa
che non sa » ?
Esercizi
Condivisione
La Gioia integrale (corpo, anima, spirito)
Condivisione finale e chiusura del seminario
Il presente modulo è
flessibile e richiede una partecipazioe attiva
degli iscritti (il metodo è interattivo e terrà
conto della loro
esperienza educativa, come insegnanti o genitori)
Costo del seminario: su domanda e secondo il numero
degli iscritti
(al di là delle 10 persone, lo stage sara animato da
due
formatori).
Per maggiori informazioni :
Antonella Verdiani
email: antonellaverdiani@gmail.com
cellulare Italia: 0039 345 8419302
cellulare Francia: 0033 6 75209335
Sito web:
http://www.educationalajoie.com/

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Cours de formation pour enseignants,
éducateurs et parents
Le cours, sur 3 jours, a pour objectif d'aider
enseignants, parents et tous ceux qui sont dans le
métier de la transmission de la connaissance et du
savoir-faire, à s'orienter dans la recherche de
solutions concrètes à adopter au quotidien avec les
enfants et les jeunes. A partir du partage des expériences des
participants, la formation offrira des notions
théoriques et des informations pratiques, mais
surtout des exercices à proposer à l'école et à la
maison pour vivre l'actuel moment de changement dans
la perspective de la Joie de vivre, véritable tâche
de l'éducation.
Déroulé du cours (susceptible de modification) :
Jour 1 :
Éduquer à la joie (présentation des 3 jours)
Mise en commun des expériences des participants
Motivations, attentes, objectifs
Cadre conceptuel de référence : la Joie, c’est quoi ?
(définitions)
L’approche de l’éducation intégrale
De la joie - émotion à la Joie - état : un parcours éducatif
Exercices : vivre la Joie
L’importance de la Joie dans le processus d’apprentissage
Pédagogie fractale (éléments de méthodologie)
Clôture de la journée (partage)
Jour 2 :
Les 4 étapes de l’éducation à la Joie : les 4R, reconnaître,
résonner, révéler, réveiller
1.
Reconnaître (observer, laisser venir, se reconnaître)
Comment reconnaître l’élève/le jeune, ses intérêts,
ses passions, ses espoirs (on explorera les outils
de connaissance à disposition des praticiens aujourd’hui,
ce qui marche, ce que l’on pourrait créer de nouveau)
Exercices
Mise en commun
2. Résonner (« entendre avec l’oreille de l’autre »)
Comment reconnaître si les activités choisies par l’élève/le
jeune sont source de joie en lui (être en résonance
d’abord avec soi-même, pour l’adulte et le jeune).
Exercices
Mise en commun
Clôture de la journée (partage)
Jour 3 :
Révéler pour éveiller à la Joie intégrale
3. Révéler
Les moyens à disposition dans ce processus (connaissance,
compréhension, écoute empathique mais aussi
intuition, clairvoyance) : comment et quand les
utiliser ?
Exercices
Mise en commun
4. Réveiller (le « maître d’éveillance »)
La posture de l’adulte : comment passer de celui qui
sait tout à celui « qui sait qu’il ne sait pas » ?
Exercices
Mise en commun
La Joie intégrale (corps, âme et esprit)
Partage final et clôture du séminaire
Le module est flexible et une participation active
des inscrits est demandée (le séminaire est
interactif et tient en compte de leur expérience
éducative soit en tant que parents que enseignants
ou éducateurs).
Coût du séminaire : entre 250 et 300 euros selon le
nombre d’inscrits (au-delà de 10 personnes, le stage
sera conduit par deux intervenants).
Pour commander le cours écrire ou téléphoner à :
Antonella Verdiani
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