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L'articolo sugli ORTI URBANI a Roma pubblicato da
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Un orto da combattimento

Farsi l’orto è una piccola rivoluzione a portata di terrazzo o balcone. Un vero e proprio atto di insubordinazione pacifica al mercato e al consumismo imperante, non ci credete? Basta pensare che con qualche pianta di pomodoro e un po’ di pazienza coadiuvata con una certa costanza a innaffiare potete assicurarvi dei vostri pomodorini succosi. Dove sta la soddisfazione? Il sapore, la freschezza, un piccolo risparmio sugli acquisti, il chilometro meno di zero (pensate il tragitto tra produttore consumatore non esiste), la sicurezza di essere ultra-bio, il riprendere quel contatto con il ritmo naturale della natura, quella nascita, riproduzione e sfioritura, che tendiamo a dimenticare, insieme alla capacità di annusare, osservare un fiore che si trasforma in frutto, prendere coscienza del sistema che ci circonda e violentiamo continuamente. Sì, avere un piccolo orto, un piccolo ecosistema che sopravvive, dove abitano due lucertole, un rospo, e dove i nostri gatti si addormentano sotto le foglie, cercando frescura, ti riavvicina alla terra, al suo significato profondo. Poi ci sono sorprese che non ti aspettavi, prendete la rucola o rughetta, per esempio, merita una menzione a parte, una volta piantata comincia la sua ascensione come per magia, cresce facilmente e ovunque, credo che chiunque, anche con un piccolo balcone possa permettersi di piantare spezie e piantine come basilico, prezzemolo, salvia, menta, un ciuffo di rosmarino e la rughetta. Per tutta l’estate, dal minuscolo orto che ha piantato il mio compagno, all’ombra di un cespuglio rigoglioso di capperi che prospera all’ombra di un muro, ho mangiato insalate di rughetta e pomodorini, piccole melenzane, zucchine e peperoni. Ho insaporito le patate con la salvia e il rosmarino, ho condito le salse col basilico. Ho riscoperto un pianeta lontano e misterioso: il mio.

Daniela Gambino



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